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CENTRO STUDI E RICERCHE COIRAG

Direttore: Dott. Ermete Ronchi

 

 

  LIBRI E CONVEGNI REALIZZATI CON LA COLLABORAZIONE
DIRETTA DEL CENTRO STUDI E RICERCHE COIRAG
materiali online





RIVISTA "GRUPPI" Vol. V, n. 3 Set.-Dic. 2003
Numero monografico "RETE E CULTURA GRUPPALE"
a cura del Centro Studi e Ricerche COIRAG

Renato de Polo
COIRAG E LA RICERCA GRUPPALE.
Vent'anni di dialoghi e ricerca clinica

 

C.O.I.R.A.G. e la ricerca gruppale.
Vent’anni di dialoghi e di ricerca clinica

di Reneto de Polo*

Comunemente si nota che l’atto costitutivo di una Associazione contiene, come un codice genetico, i lineamenti del suo futuro e quindi anche, per quanto ci riguarda, la prospettiva della ricerca, che trae il suo impulso dalle origini e si sviluppa in quanto interrogativo sulle origini stesse. E toccherà al futuro esplicitare il progetto inconsapevole presente come un germe all’inizio. La Coirag nasce infatti programmata ad un destino che i primi fondatori difficilmente potevano immaginare e che tocca a noi riconoscere e consegnare a chi ci sostituirà. Per spiegare che cosa intendo dire permettetemi una metafora.

Provate ad immaginarvi che in una nazione ci sia una cultura largamente dominante e che alcune regioni, relativamente isolate, con codici e riti particolari o diversificati rispetto alla prima, abbiano deciso di dialogare tra di loro per costruire una cultura comune finalizzata ad evitare che la prima occupi tutti gli spazi e soffochi le altre. E provate a supporre che i capi di queste piccole regioni si segnalino più per la loro diversità reciproca che per la loro similarità, tanto da far pensare che l’unione possa sì avere un valore strumentale di migliore sopravvivenza, ma non certo un valore di unità culturale.

La cultura dominante era allora la psicoanalisi e le altre culture erano invece quelle raccolte intorno a personaggi come Leonardo Ancona, Francesco Corrao, Diego e Fabrizio Napolitani, Paolo Perrotti e Ferdinando Vanni. Essi si ponevano come i testimoni del pensiero di un capostipite: Bion, Foulkes o altri meno noti. Come potevano stare insieme realtà così diverse appariva allora a molti inspiegabile e comunque con un futuro incerto. Ma fu “uno straniero”, come dice Corrado Pontalti, nella sua presentazione della Coirag sul sito web, che li invitò a mettersi insieme. Lo “straniero” era Adriano Ossicini, psicoanalista e senatore, che avrebbe in seguito promosso l’Ordine Professionale degli Psicologi. Egli favorì il primo incontro tra Leonardo Ancona, Francesco Corrao, Fabrizio e Diego Napolitani, Paolo Perrotti, Corrado Pontalti e Ferdinando Vanni. Col senno di poi occorre notare che si erano poste le basi per una sorta di società multietnica in anticipo sui tempi, che si rivelò in prima battuta forse troppo ambiziosa: uno dei suoi membri più prestigiosi, Corrao, si dimise quasi subito insieme alla sua Associazione (di impostazione bioniana). Il gruppo potè così trovare un nuovo equilibrio prima attraverso una dominanza culturale di tipo gruppoanalitico rappresentata dalla Presidenza di Fabrizio Napolitani e successivamente da quella di Leonardo Ancona.

La cultura della Coirag da allora per diversi anni mantenne questa dominanza, sia pur lasciando spazio successivamente, con la presidenza di Ferdinando Vanni, a voci di impostazioni diverse, più eclettiche, che non riuscirono comunque ad assumere una rilevanza pari a quella gruppoanalitica. Anche l’ingresso di nuove Associazioni fondate su modelli diversi, psicodrammatici, junghiani e freudiani (la SIPSA e in parte l’APRAGI) e sociopsicoanalisti, ARIELE, non modificarono il quadro dove la gruppoanalisi diventava comunque ancora più importante con l’adesione di Associazioni come l’APRAGI, il CATG, il CIGA.

Nei primi 6 – 7 anni l’attività di ricerca, che avveniva nelle diverse associazioni, diventava visibile nei convegni, organizzati ogni due anni, dove venivano presentati due o tre scritti di rappresentanti di un’associazione, che venivano commentati dai colleghi delle altre. Il confronto tra colleghi provenienti da ambiti diversi era utile per sviluppare non solo collaborazione ma anche legami amichevoli. Occorre però notare che, al di fuori di questi incontri, il dialogo tra associazioni era ben poco definito e lasciato piuttosto all’estemporaneità dei rapporti personali. Intorno agli anni ’90 la Coirag era paragonabile ad un arcipelago che vedeva una particolare concentrazione di scambi e interazioni tra le isole gruppoanalitiche, mentre le altre, sia pur dotate di vivacità culturale al loro interno, mantenevano un ruolo più decentrato, ma non per questo meno impegnato. La ricerca era ispirata a tre modelli, come diceva allora lo statuto: gruppoanalitico di derivazione foulkesiana, psicoanalitico di area bioniana, e interattivo ispirato a Ferdinando Vanni che proponeva un modello eclettico e quindi meno facilmente definibile rispetto agli altri.

Ma lo statuto ormai non descriveva in modo sufficiente i modelli di ricerca presenti nella Confederazione. Si erano aggiunte infatti altre associazioni di etnìa, per così dire, diversa: la SIPSA che utilizzava come modello lo psicodramma, derivato da un lato dai lacaniani coniugi francesi Lémoine e dall’altro dall’area junghiana, Ariele, associazione psicosocioanalitica, fondata da Gino Pagliarani, che aveva sviluppato una originale integrazione tra modelli di derivazioni psicoanalitiche di area kleiniana con i contributi di Fornari, Jaques e Bion sul confine individuo, lavoro e società, le teorie e le metodologie dell’argentino Pichon Rivière, le nuove ricerche biologiche sui sistemi viventi, oltre che le teorie della complessità di Edgar Morin.

L’Asvegra era entrata portando ancora a sua volta importanti contributi all’area gruppoanalitica grazie all’esperienza psichiatrica nell’istituzione clinica e all’insegnamento di Salomon Resnik.

La Coirag era diventata, oltre che un arcipelago, anche una aggregazione di ceppi etnici diversi che derivavano da una originaria stirpe psicoanalitica, differenziata a sua volta in diversi sotto gruppi etnici, alcuni ancora vicini all’identità originaria, altri decisamente più distanti.

La scarsa frequentazione tra i gruppi permetteva però il mantenimento di una distanza di sicurezza che ebbe una funzione: mantenere il livello di conflittualità decisamente basso. Ciascuno manteneva alta la barriera narcisistica della propria differenza mentre la vita più densa si svolgeva all’interno delle mura della propria associazione.

Ma tempi nuovi si andavano annunciando: la legge Ossicini che regolamentava la professione per gli psicologi e che preparava la costituzione delle scuole private di specializzazione in psicoterapia, ebbe per le associazioni un effetto simile a quello che poteva essere provocato da un movimento tellurico. Fece precipitare il precedente sistema di simbolizzazione dove la formazione e la legittimazione professionale avveniva attraverso i gruppi associativi generalmente raccolti attorno ad un leader dotato di attributi carismatici, simile ad un “pater familias” fornito di uno scettro-modello scientifico con cui poteva creare i nuovi “cavalieri” psicoterapeuti. Essi, se accettati, diventavano poi i suoi familiari.

Il sistema statale si poneva prepotentemente come un sostituto delle precedenti signorie, togliendo alle singole Associazioni il potere di legittimare, attraverso procedure di carattere sostanzialmente autarchico, nuovi professionisti.

L’istituzione di una legislazione comune per la formazione dello psicoterapeuta diede una scossa potente agli aspetti più narcisistici che dominavano le aggregazioni associative, dove le differenze tra gli uni e gli altri modelli dominanti venivano accentuate così da creare croniche contrapposizioni e ostacoli allo scambio e al dialogo tra l’uno e l’altro gruppo. “Tutti uguali di fronte alla legge”, sebbene ciascuno continuasse ovviamente a pensare di essere, per così dire, più uguale degli altri.

Ma, nella Coirag, con la decisione di creare una scuola unitaria tra le diverse Associazioni, si aprì una storia decisamente particolare e si inaugurarono prospettive nuove. Realizzare una didattica comune sollecitava un impegno che sino ad allora si era realizzato in modo molto parziale: si imponeva il compito di accelerare la ricerca e il riconoscimento di un “noi gruppale comune”, che fosse in grado di proporsi non solo all’interno ma anche all’esterno quale carta d’identità per la formazione di nuovi allievi psicoterapeuti. Era come passare da un regime di rapporti conviviali, ma saltuari, ad accoppiamenti stabili e generativi, tra persone che poco ancora si conoscevano. L’azzardo venne rilevato da alcuni, che non accettarono o aderirono solo in parte al nuovo corso. La Sgai di Diego Napolitani si dimise dalla Coirag e Ariele per tre anni non aderì alla nuova Scuola pur mantenendo la collaborazione nella ricerca. Le due Associazioni esposero motivazioni complesse nel rifiutare di assumere con gli altri una comune responsabilità formativa. Erano ambedue associazioni che, avendo già un training molto strutturato e collaudato, sentivano verosimilmente che l’adesione alla Scuola Coirag avrebbe comportato la rinuncia a qualcosa di importante nella propria autonomia formativa. E non si sbagliavano. Da allora infatti le Associazioni hanno demandato alla Coirag la responsabilità della gestione di una formazione riconosciuta ministerialmente. Ma in questo modo veniva “creata” una Coirag che aveva un suo Centro per la formazione attorno al quale ruotavano i training delle diverse associazioni. Almeno una funzione, prima di competenza autonoma delle Associazioni, veniva demandata alla Coirag che, in questo modo assumeva una sua identità sovraindividuale.

Possiamo dire che ciò ebbe effetti altrettanto nuovi e rilevanti nella ricerca, almeno a breve scadenza? Non penso che questa domanda possa ottenere una risposta positiva. Per qualche anno le Associazioni continuarono a organizzare i propri gruppi di studio o i congressi realizzando in modo occasionale e temporaneo scambi e confronti con le altre Associazioni, senza che potesse essere realmente definita un’area di ricerca di responsabilità comune, così come successivamente avvenne. Occorre pur tuttavia notare che i Congressi furono organizzati con metodologie nuove, capaci di attivare maggiormente la partecipazione. Sebbene alcuni gruppi nominassero esplicitamente l’esistenza di una cultura della Coirag, non si trattava certo di una cultura consensualmente riconosciuta e tanto meno definita nella sua fisionomia. Esisteva però una diffusa impressione che una comunanza di sensibilità e di intenti era stata ormai concepita e che occorreva solo attendere il trascorrere del necessario tempo di gestazione perché venisse alla luce qualcosa che non poteva comunque essere previsto.

Il nuovo nato apparve nel 1997: fu il Centro culturale che modificò rapidamente il suo nome in Centro Studi e Ricerche. Nacque inaspettato e improvviso.

Come premessa ricordo che in un’Assemblea, dove veniva elaborato un nuovo statuto, si stava accanitamente discutendo sull’opportunità che l’Assemblea della Coirag si aprisse anche ai soci delle Associazioni oltre che a eventuali colleghi esterni non partecipanti alle Associazioni. L’opposizione a questa idea era forte, perché esisteva il timore giustificato che una Coirag di questo tipo potesse “fagocitare” le Associazioni insieme alle differenze tra i diversi modelli. Non si poteva però non riconoscere un’istanza collegata all’idea di una Assemblea aperta anche a colleghi esterni alla Coirag: quella che indicava l’importanza di un’apertura delle frontiere allo scambio e al confronto con “gruppisti” impegnati in territori culturali contigui ai nostri.

Fu a questo proposito che proposi di istituire un luogo specifico per adempiere a questa funzione di frontiera: il Centro Culturale. La proposta suscitò qualche opposizione, ma si rivelò immediatamente utile per risolvere la conflittualità precedente e ottenere una adesione sorprendente. Quando poi mi accinsi a definire la sua competenza, mi resi conto, con identica sorpresa che i colleghi volevano che assumesse compiti non solo di frontiera, ma anche e particolarmente di organizzazione culturale centrale. Il nome venne cambiato in Centro Studi e Ricerche (CSR), perché sembrò linguisticamente paradossale denominare Centro culturale un organismo nato per occuparsi di attività di …frontiera, che potevano riguardare più propriamente gli studi e le ricerche.

Nell’Assemblea della Coirag dell’8 novembre 1997 venne istituito e ne fui il primo segretario. Il primo documento programmatico proponeva il CSR come uno spazio dove potesse trovare una risposta specifica l’esigenza di studio e di ricerca intorno alla nostra matrice comune, visibile ancora in maniera insufficiente, e dove potessero essere anche avvistati i limiti estremi del nostro orizzonte comune. (compito importante, perché permette la distinzione tra interno ed esterno).

Il programma prevedeva un progetto di ricerca sulla cultura della diversità e della differenza, così come si presenta all’interno ma anche all’esterno (le differenze nella psicoterapia), e parallelamente segnalava l’importanza di una studio sui lineamenti, ancora incerti, di una cultura comune e unitaria. Questo progetto verrà avviato prima con interviste ai Presidenti delle Associazioni e successivamente con l’articolazione della ricerca sviluppata con il nuovo Segretario (successivamente Direttore) Ermete Ronchi, che avviò uno specifico progetto denominato Rete e Cultura Coirag. Il Centro Studi e Ricerche (CSR) divenne un importante punto di riferimento perché per la prima volta nella storia della Coirag esisteva un organismo culturale dove tutte le Associazioni erano rappresentate e potevano collaborare a progetti comuni attraverso i loro rappresentanti. L’allora presidente Pontalti dimostrò di intuire con chiarezza le prospettive di partecipazione culturale che si andavano aprendo e appoggiò con molto favore il nuovo organismo. Giovanna Cantarella, Sergio Fava, Claudio Merlo, Donata Miglietta, Fiorella Pezzoli, Ermete Ronchi, Sandra Simonetto, furono i colleghi che inizialmente si resero più disponibili nell’avviare la raccolta di informazioni sulle diverse culture della Coirag. Essi cominciarono ad introdurre quella mentalità che attualmente si è ormai imposta: quella che cerca le similarità culturali nella progettazione di iniziative come i convegni, i gruppi di ricerca o lo studio di particolari tematiche cliniche. Progressivamente tutte le Associazioni cominciarono a sentire che un centro di elaborazione culturale comune poteva essere un valore aggiunto nella realizzazione di proprie finalità associative particolari e non una potenziale minaccia alla propria autonomia. Forse solo chi allora fu presente può sentire quanto fu importante il passaggio che avvenne nella Coirag da una cultura del sospetto nei confronti dell’estraneo ad una cultura del rispetto per la differenza e l’alterità. In questa trasformazione gli organismi della Scuola Coirag realizzarono una progressiva sinergia con il CSR per sgretolare i numerosi muri di Berlino che dividevano una associazione dall’altra e che impedivano la realizzazione di un equipaggiamento più ricco e funzionale per addentrarsi in territori di ricerca comuni.

Il CSR nei primi anni fu impegnato nella costruzione di un contenitore culturale sufficientemente solido e ampio per reggere le “opere” che erano già inscritte nel suo codice originario. Fornì la consapevolezza che era possibile far confluire ricerche basate su temi comuni, ma dislocate in luoghi diversi dalla Coirag mostrando che potevano incontrarsi anche con interlocutori esterni alla Coirag stessa.

Il convegno sulla “Valutazione in psicoterapia come processo” che si tenne alla Università Cattolica nel gennaio 2000 fu una realizzazione di quanto viene detto. Il tema vide una convergenza di risultati della ricerca provenienti da Palermo (Lo Verso), da Padova (Festini), da Roma (Ancona, Pontalti), da Milano (Burlini, Ronchi, Varchetta), nel rapporto con interlocutori della Università Cattolica di Milano (Amadei, Kaneklin, Cigoli, Stella) e della psichiatria psicoanalitica (Salvatore Freni). Intanto nel CSR si erano strutturati diversi gruppi di Ricerca su temi attuali come per esempio “I gruppi per l’infanzia e l’adolescenza”, “I gruppi per pazienti gravi”, “L’intervento gruppale in contesti non terapeutici” e molti altri, che ebbero la funzione di costituire dei segnali di un’attenzione privilegiata dei colleghi del CSR verso tali argomenti. Questi gruppi possono essere paragonati ai dati di una carta d’identità culturale della Coirag e la loro operatività fu lasciata all’iniziativa libera dei suoi componenti. Penso che ciò sia stato utile per fornire una particolare rassicurazione: che un’attenzione centralizzata per le attività culturali della Coirag non impediva il dispiegarsi di attività autonome, che ebbero momenti di particolare produttività nelle sedi periferiche. Ma intanto la ricerca sulle differenze culturali della Coirag, iniziata con le interviste ai Presidenti, proseguiva coordinata da Ermete Ronchi che le dava una veste sempre più rigorosa. E il convegno di Saronno dell’ottobre 2002 “Rete e cultura gruppale. Valorizzare le differenze creando integrazione. Il contributo della COIRAG” ne è la testimonianza, accanto alla testimonianza dei risultati di altre ricerche già avviate da qualche tempo: “Sogno e istituzione” e “La formazione in Coirag”.

Mi piace ora, dopo essere stato a lungo immerso nei processi che ho descritto, emergere con decisione, cercando di caratterizzarne una fisionomia complessiva. E’ vero infatti che è eccitante e piacevole la ricerca, ma è anche altrettanto gradevole fermarsi a dare un senso familiare alle cose del mondo, così che il nuovo sveli anche il già noto. E’ il momento della pausa. Detto in altri termini: l’esplorazione lunga e avventurosa ha permesso di identificare qualcosa nella Coirag che potrebbe essere paragonato ad un suo codice genetico? Ci proverò.

Penso che la Coirag sia nata avendo in sé stessa inscritta una necessità, simile ad un istinto: l’obbligo di ricercare nell’altro il simile, al di là di ogni ragionevole dubbio. Sappiamo che ciò serve per fondare il noi gruppale, ma innesca anche la sua opposizione, che intende salvare il sé individuale, la propria differenza. Da questo punto di vista il codice genetico della Coirag ha un effetto apparentemente paradossale: provoca per opposizione una spinta potente allo studio e allo sviluppo della propria individualità, e questo è il suo valore.

La ricerca nella Coirag si sviluppa quando sono stati empaticamente compresi, e quindi è stato dato valore, ai processi di differenziazione, tra i diversi modelli culturali. Il “noi culturale” attualmente vive e cresce sulla base della ricerca e dello studio delle differenze interne. L’integrazione tra le diverse culture nasce dalla valorizzazione delle differenze. Il citato Convegno “Rete e cultura gruppale. Valorizzare le differenze creando integrazione” è stato momento di apertura sulle prospettive future, ma anche una risposta simbolica a chi si interroga sulle sue origini.


* Psicologo, psicoterapeuta, psicoanalista SPI. Presidente Coirag, ex Presidente APG.