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LIBRI E CONVEGNI REALIZZATI CON LA COLLABORAZIONE
DIRETTA DEL CENTRO STUDI E RICERCHE COIRAG
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RIVISTA "GRUPPI" Vol. V, n. 3 Set.-Dic. 2003
Numero monografico "RETE E CULTURA GRUPPALE"
a cura del Centro Studi e Ricerche COIRAG
Ermete Ronchi, Articolo di apertura
VITA TUA VITA MEA. Studio e Ricerca di Coirag su Coirag
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Ottobre 2002: viaggio nel pianeta COIRAG
di Fabiola Fortuna*
Avvicinarsi al cuore della Coirag
All’Assemblea della SIPsA del 2000 il rappresentante di questa OC in seno al Centro Studi e Ricerche della Coirag (CSR), rassegnò le dimissioni. Occorreva quindi nominare qualcun altro in quella carica, qualcuno che fosse interessato ad un certo tipo di lavoro e che fosse anche disposto a fare gli spostamenti necessari per partecipare alle riunioni che, avevo capito, si svolgevano a Roma, a Milano e a Brescia (per inciso io sto a Roma). Non so ancora bene come e perché, ma di getto, mi proposi, e dopo alcune discussioni fu comunque accettata la mia candidatura. È cominciata così la mia avventura all’interno del CSR (Centro Studi e Ricerche della Coirag), di cui molto avevo sentito parlare ma che, di fatto, ritenevo anche tanto lontano da me.
Alla mia prima riunione, a Brescia, mi sentivo un po’ in imbarazzo, capivo che molte delle persone presenti già si conoscevano, costituivano insomma un gruppo di lavoro e forse anche qualcosa di più. Ero, in definitiva, un po’ disorientata, ma l’aria che si respirava intorno al grande tavolo dello studio del Direttore CSR, un signore che sapevo chiamarsi Ermete Ronchi e che mi fece subito l’effetto di un grande saggio, mi piacque subito. Uno dei discorsi che mi appassionò e mi incuriosì immediatamente fu quello relativo ad un convegno che il CSR stava organizzando per aiutare la COIRAG, come istituzione, a riflettere su se stessa per trarne apprendimenti. La questione mi prese molto anche se pensavo, dentro di me, che ero proprio agli inizi di questa esperienza interna alla costellazione COIRAG e quindi il mio ruolo in questa questione sarebbe stato marginale: insomma non sarebbe stata una storia della quale avrei fatto direttamente parte. Invece dopo varie discussioni e scambi di idee attorno ai vari focus del Convegno che avrà poi per titolo “Rete e cultura gruppale. Il contributo della COIRAG” il Direttore mi spiazzò: ”Che ne diresti di provare ad essere la giornalista del Convegno?” “Non conosco ancora molto della rete Coirag” risposi . “Bene” aggiunse “allora sei la persona adatta a fare un racconto con la sensibilità e l’affetto di chi accosta un’istituzione per la prima volta. Bion sarebbe contento”. Di fronte a qualche mia perplessità residua aggiunse “Se servirà, io ti darò una mano”.
E così fu che mi ritrovai nel ruolo di “inviato speciale” con il compito di seguire e narrare un evento Coirag aperto al confronto interno ed esterno di ampie reti gruppali. Quella che cercherò di descrivere e testimoniare è quindi l’esperienza vissuta dalla mia posizione di ascolto di questo evento importante e particolarissimo.
Ma appartenere, cosa vuol dire?
Ogni scelta comporta il pagamento di un prezzo, ivi compresi i desideri che i più immaginano e spesso pretendono dover essere gratis e che, al contrario, implicano spesso dei costi anche maggiori rispetto a questioni meno rilevanti dal punto di vista soggettivo. Il fatto è che proprio il giorno della partenza per l’evento, di cui mi accingo a narrare, è coinciso con quello di un grande sciopero generale nazionale che ha coinvolto soprattutto i trasporti.
Sono presa dal panico. Come fare per arrivare a Saronno, da Roma? Dopo molte ricerche scopro che, partendo all’alba, posso prendere un aereo almeno fino a Milano. E così succede e, dopo altre varie peripezie , riesco ad arrivare in questa cittadina per me sconosciuta. L’appuntamento con docenti, conduttori e membri dello staff del convegno, tutti membri o ricercatori del CSR è per la sera precedente il convegno. Il brusio che giunge dalla palazzina è piuttosto forte: è infatti appena finita la riunione dei docenti della Scuola COIRAG di Specializzazione in Psicoterapia e c’è molto fermento.
Devo dire la verità: anche in me c’è una sorta di “eccitazione preoccupata” relativa soprattutto al mio incarico; chissà cosa accadrà e quali esperienze mi aspettano, e chissà se riuscirò ad essere testimone adeguata di ciò che accade in Coirag in termini di studio e Ricerca sui Gruppi. Appena entro nel cortile incontro una collega di Bari che fa parte della mia stessa Organizzazione confederata COIRAG (OC) che, con entusiasmo, mi comunica che ha pensato, insieme ad un’altra collega di Torino, facente parte però di una OC diversa, che forse si potrebbe cominciare a pensare, chissà magari per il prossimo anno, ad un Convegno sullo psicodramma. Penso fra me e me che iniziano da subito le questioni delle differenziazioni tra diverse modalità di accostare i gruppi e di lavorarvi con approccio clinico: Società di Psicodramma Analitico Freudiano, Società di Psicodramma Junghiano, Psicodramma Moreniano, ma quanti psicodrammi, quali psicodrammi! Ho come un brivido, ancora di fatto il convegno non è cominciato e già si pone in qualcuno la questione della soggettività e dell’appartenenza?
Questo dover fare i conti con questioni inerenti le convergenze e le divergenze mi accompagnerà fino alla fine di queste due giornate di lavoro, forse, per certi versi, sarà proprio l’aspetto centrale dei problemi che emergeranno dentro e fuori di me. Mi sorge una domanda: “sarà forse proprio questo lo stato d’animo che si viene inconsciamente a creare negli ignari partecipanti? Questa particolare situazione di oscillazione continua tra dubbi e certezze, tra forti differenze e comuni matrici psicoanalitiche, è un invito al lavoro per tutti noi?” Per quelli che, come me, prima di conoscere questi multiformi pianeti della rete COIRAG, hanno fatto parte e si sono formati all’interno di una delle sue società che si occupano di ricerca analitica sui gruppi, c’è una certa difficoltà a capire a che cosa si appartiene. Ma “appartenere” che cosa vuol dire? Certo è che, alla fine di un Convegno del genere, così ricco di stimolazioni, avrò le idee un po’ più chiare, almeno spero.
Tra ricerca e formazione: le diverse tappe di un evento. L’avvio con l’unità di Social Dreaming
La mattina del sabato, tornando alla sede del Convegno, non c’è più lo stesso fermento. Sono le otto quando, entrando nella stessa sala in cui la sera precedente si è riunito lo staff del Centro Studi e Ricerche COIRAG, avverto una sensazione di grande compostezza, curiosità diffusa e direi quasi di sospensione. La stanza è un po’ in penombra. C’è silenzio. Le sedie sono disposte a spirale, racchiudono uno spazio un po’ indefinito. L’assetto è quello di ricerca e si prende lo spunto da una delle ricerche del CSR in corso, denominata “Sogno e Istituzione”. L’istituzione di riferimento è la Coirag stessa.
La sessione di social dreaming è un bel modo di cominciare, penso. Subito i sogni; ci mettiamo in una posizione d’ascolto ed in fondo decidiamo di metterci un po’ in gioco, di rischiare qualcosa perché siamo tutti, più o meno, professionisti dell’inconscio e quindi sappiamo che quando si è in ballo in prima persona qualcosa sempre sfugge e qualche parte oscura di troppo può sempre fare lo sgambetto. Dopo un breve chiarimento da parte di chi conduce la matrix ed un silenzio piuttosto protratto qualcuno inizia a raccontare il proprio sogno.
Siamo subito dentro, si apre il discorso del limite e del bisogno di proteggerci. Avere a che fare con un convegno e con un’istituzione in cui si parla dell’appartenenza ma anche delle differenziazioni che di fatto ci caratterizzano e che ci costringono a metterci in discussione, probabilmente amplifica il nostro sentirci limitati, e ci mette in difficoltà.
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Un altro sognatore racconta dell’istituzione a cui appartiene idealizzando un passato in cui quell’Istituto era migliore, non sovrappopolato. Un altro ha sognato il mare e racconta della sua reticenza ad entrare in acqua e bagnarsi e dell’impossibilità a fare fotografie perché la pellicola si è aggrovigliata.
Forse il limite ci fa sentire preoccupati, pronti ad illudersi di poter trovare prima o poi situazioni perfette in cui i limiti magari non servono più. Mi dico: “attenti, bisogna stare attenti, i deliri di onnipotenza sono sempre in agguato”. Ad un certo punto della notte
Partono molte associazioni da questo piccolo dinosauro: la pelle dura e fredda, del padre morto che si chiamava Dino, il possesso di due piccoli dinosauri di gomma come tracce di memoria del passato. Penso che quel dinosauro è simbolo di tempi antichi, della paura di cambiare, di aspetti arcaici a cui possiamo restare un po’ ancorati, ma questo del sogno è un cucciolo, porta qualcosa di nuovo. Forse oggi ci sentiamo tutti un pochino così: attaccati ad un passato che ci ha portati qui e allo stesso tempo sappiamo che, necessariamente, una esperienza nuova aumenta la consapevolezza dei nostri limiti e l’esigenza però di rinnovarci. Ecco,
Mi sembra proprio un’esperienza interessante in quanto il discorso sul sogno esce dall’ambito dello studio e da quello strettamente privato ed intimo del setting, individuale o di gruppo che sia, per essere affrontato in un modo diverso, per aprire, come sento dire ad E. Ronchi, anche all’ascolto delle “emozioni istituzionali”.
Questa funzione terapeutica del sogno mi fa venire in mente, con un sorriso, la cabala e l’atteggiamento popolare che c’è da sempre sui sogni. Credo che in fondo l’essere umano, dietro l’apparente banalità del connubio sogno/numeri, abbia sempre trattato in modo tutto sommato ragguardevole i propri sogni, insomma ha tentato di tenerseli un po’ con sé anche di giorno, compagni di vita. Antichi re ed imperatori si sono affidati ai propri sogni per prendere decisioni importanti ed affrontare battaglie decisive; tutte le principali scoperte scientifiche hanno punti di contatto con il mondo onirico ascoltato su sfondi ampii e complessi (Koestler, Pais).
A dire il vero anche in questa sessione di social dreaming si viene creando via via un’atmosfera di raccoglimento e profondo ascolto, intima ma diversa da quella che viviamo quotidianamente con i nostri pazienti, nei setting a noi più noti. In questa situazione i sogni sono raccontati in modo sereno, scorrono fluidi, almeno apparentemente, sembrerebbe senza il pathos tipico di cui in genere sono intrisi i sogni dei nostri pazienti. Parole a bassa voce… lunga sospensione, parole a bassa voce… lunga sospensione… è questo il ritmo di tutta la seduta. Mi sembra un po’ di vivere un sogno di sogni. È una situazione, questa della matrix di Coirag social dreaming (Ronchi e Scategni, 2002), che mi piace pensare proprio come una sorta di rappresentazione surrealista: il nostro oggetto, la nostra istituzione che ci invita allo studio e alla ricerca sui gruppi, è materiale onirico. Peccato che i tempi della socializzazione dei sogni non abbiano coinciso con l’esperienza dei grandi del surrealismo pittorico. È, questo, una specie di sogno tra i sogni e immagino che Dalì ne avrebbe saputo trar fuori figure magnifiche ed inquietanti.
La prima sessione in plenaria
Ci si sposta nella sala principale del convegno: è un po’ brusco il passaggio dall’atmosfera rarefatta del gruppo della Coirag Matrix alla confusione iniziale della sessione plenaria. Su un palco in fondo alla grande sala sono schierati i padri, fondatori o meno, coloro che hanno avuto ed hanno un ruolo attivo nel lavoro della Coirag d’oggi. Questa è una riunione più formale, dai toni ufficiali, sono tornati i ruoli. Chi deve parlare, in genere, in queste situazioni è sempre molto sorridente ed anche stavolta è così. Dietro il tavolo dei Relatori ci sono il Presidente Coirag con un vice-presidente, il Direttore del Centro Studi e Ricerche ed i coordinatori dei principali gruppi di ricerca in quel momento attivi nel Centro Studi. Chairman è il Preside della Scuola. Le relazioni hanno inizio. Fuori c’è un bellissimo sole. Molta luce filtra dai finestroni anche all’interno. Sono bruscamente passata dall’oscurità dei sogni e dei discorsi dell’inconscio alla luce di parole che stimolano il piano della razionalità. In questa sessione un “Large Group ” di oltre 130 persone è in ascolto.
Ma non c’entra forse l’inconscio anche con il desiderio di confronto e di verifica che ha spinto i membri del CSR a lavorare insieme e ad organizzare questo importante evento? Quali sono state e quali sono ora le motivazioni che mettono in moto tante energie se non quelle che vengono dai desideri profondi di tante persone che un giorno della vita, ritengo non tanto casualmente, si sono incrociate? Credo che sia proprio questa la nostra vera rete, una gruppalità interna che si estrinseca all’esterno e si annoda, talvolta, con i destini e le passioni di altri.
Il Chairman (Pontalti) inizia il suo discorso e parla di un confine, bisogna cercare i punti di confine tra modelli e tecniche. Il Presidente Coirag (De Polo) traccia la storia della Coirag e racconta della nascita del CSR: noi gruppale/individualità mi sembrano i concetti su cui riflettere. Alla fine di questa relazione, dopo gli applausi, si sente un acceso lungo brusio a testimonianza che l’eventuale accordo o disaccordo con le parole ascoltate sono comunque segno di interesse ed attenzione. Il Vicepresidente (Merlo) si sofferma sulla necessità di transitare da un modello tipo arcipelago ad un intreccio all’interno della Coirag. Ci sono metafore che riguardano zii e cugini, ne esce fuori un modello familiare che tornerà più volte nel corso del convegno. Gli interventi dei responsabili delle ricerche Coirag, Pezzoli per la ricerca sulle ricerche di livello OC, Corbella per la ricerca di livello Coirag “Formazione e clinica”, Scategni per quella su “Sogno e Istituzione”, si susseguono abbastanza velocemente ed io ho l’impressione che sia utile per me, vista la quantità di stimoli e provocazioni, cercare di mettere a fuoco alcune parole chiave: ricerca, cultura gruppale, diversità, condivisione, soggettività che sono poi le parole che diventeranno le voci di un test un po’ improvvisato che realizzerò il giorno successivo per verificare cosa abbia più colpito i partecipanti al convegno.
Chiude questa sessione il Direttore del Centro Studi e Ricerche COIRAG (Ronchi) ricordando l’importante differenza tra chi si pone come fruitore di ricerca altrui, spesso sollecitando rapide risposte e richiedendo risultati di facile comprensibilità e utilizzabilità, e chi ha il compito istituzionale di favorire il diffondersi di un abitus di studio e ricerca. I membri dei gruppi di questo secondo tipo sono quindi impegnati soprattutto nella creazione e messa a punto di processi qualitativi in grado di sostenere pensieri attraverso reti emotive complesse e in grado di accedere a nuovi risultati apprendendo soprattutto dalla propria esperienza. In questa processualità, di tipo clinico, la conoscenza già disponibile paradossalmente funziona da limite, da ostacolo epistemologico che si frappone al raggiungimento dell’obiettivo di ricerca; in un confronto di modelli occorre quindi apprendere, con altri, ad attraversare soprattutto questo tipo di ostacolo emotivo prima ancora che cognitivo, di natura gruppale e istituzionale. Il suo obiettivo come Direttore del CSR ricorda è quello di favorire lo svilupparsi di un sentimento di ricerca clinica intesa come capacità di far coesistere, pragmaticamente, sensibilità sia ai processi che ai risultati.
Large Group parte prima
Alla ripresa pomeridiana, rileggendo il programma del convegno trovo che il tema di fondo viene così sintetizzato: “Il pensare di gruppo nella clinica e nell’istituzione. Lavoro esperienziale ”. I partecipanti sono quindi invitati a ripensare ai propri modelli gruppali immergendosi in una sequenza di unità di lavoro esperienziali che prenderanno tutto il pomeriggio fino a sera, e la prima parte della mattinata del sabato.
La prima unità di lavoro denominata di “Large gruop” era stata metodologicamente affidata alla conduzione di L. Ancona, M. Deriu, C. Barbaro, H. Wirbelauer tutti membri dell’OC “Il Cerchio”. Lo staff CSR aveva infatti scelto di utilizzare per le sessioni di Large Group di questo convegno il modello di lavoro frutto della ricerca dei colleghi dell’OC “Il Cerchio”. Nel corso di varie riunioni preparatorie al Convegno, dovendo scegliere con quale modello gruppale condurre alcune sessioni di lavoro per meglio perseguire gli obiettivi del convegno, il CSR aveva infatti aderito alla proposta di L. Ancona e M. Deriu di condurre inizialmente due unità di Large Group , poi divenute tre. Si decise quindi di rinunciare parzialmente all’uso della tecnica collaudata e ormai consolidata in Coirag del workshop tematico co-condotto , riservando a questa tecnica una sola sessione intermedia, condotta da coppie di ricercatori del CSR. Prima del break per il pranzo il Prof. Ancona, coordinatore dello staff di conduzione del Large Group dà alcune indicazioni metodologiche. Dopo il break il lavoro prosegue quindi in modo nuovamente esperienziale.
Negli ultimi tempi ho spesso sentito parlare di large group ma è la prima volta che mi trovo a farne esperienza diretta, almeno in un modo più partecipante e all’interno di un modello che una OC si rendeva disponibile a mostrare “in diretta”; avevo già visto qualcosa del genere quando a Fiesole avevo fatto l’osservatrice al Workshop Nazionale della Scuola Coirag. È questa la prima delle 3 sessioni di Large Group. Ripenso al brief metodologico sul large group condotto con la tecnica messa a punto da questa OC che invitava a ricordarsi durante le sedute di non darsi obiettivi, di non privilegiare aspetti teorici per permettere piuttosto l’insorgere di fantasie e libere associazioni. Insomma l’importante sembrerebbe il non farsi prendere troppo dalla preoccupazione di seguire necessariamente dei percorsi logici né cercare di creare ad ogni costo effetti di coerenza. Mentre sono in attesa , mi sento in uno stato d’animo tra l’incuriosito e il perplesso e mi chiedo: “ma quali sono le regole di questo setting ?”
E penso ad Elena Croce, la persona cioè con cui ho mosso i primi passi nello psicodramma analitico le cui parole rimbombano nella mia mente: “Non c’è gioco senza regole”come dire che se non si arriva alla questione della Legge non si può aspirare a nulla che sia davvero serio o davvero divertente. Torna insomma il problema del limite che, in fondo, mi dico ha anche la funzione di tutelarci. Mi chiedo allora qualcosa su questi miei pensieri :“non sarà che per caso comincio ad essere un po’ spaventata?” Noto che anche in altri c’è curiosità e qualche tensione. Forse è questo che un po’ preoccupa me e anche altri nell’affrontare questa esperienza nuova. Il large group serve per caso a far stare ognuno “in balia” del proprio inconscio mentre un inconscio gruppale incombe? E che ne sarà di così tanti inconsci, (saremo più o meno 130 persone!) messi insieme e che dovrebbero permettere l’emersione di fantasie e libere associazioni?
La sala che è stata predisposta per questo setting, mi dà l’impressione di un piccolo circo. Certo la pista, cioè il vuoto al centro del primo dei cerchi concentrici di sedie, sarebbe un po’ troppo piccola per lasciare spazio a giocolieri ed animali. Molte persone sono già sedute ma il primo giro di sedie, quello interno che delimita il buco, è vuoto ed io avverto subito come questo fatto sia il segnale di qualche impedimento che tutti probabilmente sentono. Un incipit su una goccia d’acqua e tutti per un lungo tempo parlano proprio di gocce d’acqua: mi pare un altro segno del disagio di ognuno che si esprime con la difficoltà a parlare liberamente e ad associare. In realtà mi sembra proprio che i discorsi non siano più molto spontanei e immediati ma piuttosto diventino la risultante di elucubrazioni, costruite anche un po’ forzatamente. “Alla faccia” della mia paura dell’imperversare degli inconsci!
Uno dei conduttori prova a fare una riflessione sul fatto che non è necessario fare associazioni “belle”, non è certo per questo che qualcuno si meriterà un premio. Queste parole, però, non sortiscono subito un effetto. Anche se poi si verifica un fenomeno molto significativo: molti iniziano infatti, ad un certo punto, a parlare sottovoce, in pratica si arriva a non sentire quasi più nulla. Vengono fatte delle interpretazioni, un po’ come se l’ascolto cominciasse ad essere troppo pesante, e producesse delle reazioni difensive tra i partecipanti. Mi domando se in fondo è forse anche un po’ fisiologico che un suono molto flebile si possa anche non percepire! Insomma sto cercando dei modi per tranquillizzarmi. Poi la situazione si sblocca, almeno apparentemente, e il tono della voce aumenta un poco.
Figure mitologiche e filosofi, romanzi e romanzieri, musiche e poesie, citazioni erudite e associazioni che mi ricordano esercizi di imagery; io, che mi sono presa l’incarico di narrare questi eventi, ad un certo punto ho difficoltà ad orientarmi, non capisco il senso di tutto ciò. Ad un certo punto qualcuno dice che forse c’è un’aggressività sotterranea alla quale non si permette di uscire. Questa voce irrompe in questa sorta di circolo culturale che evidentemente tenta di mantenersi in equilibrio ed armonia, cerca di dare forma e significato al susseguirsi un po’ arido di citazioni e chiacchiere che mi sembrano amene e poco sentite. Penso che in fondo, quando ci mettiamo in gioco e all’ascolto di noi stessi e degli altri, quello che spesso davvero spaventa è proprio la paura di non poterci controllare. La situazione è tesa, qualcosa di liberatorio sta per accadere.
Quando si inizia a parlare del vuoto e del buco che c’è al centro del gruppo, un buco che contiene tutto come dice qualcuno, il conduttore, assertivo, propone un’associazione con il “buco del culo ”. A chi non sarà già venuto in mente e non ha avuto il coraggio di parlarne? L’aggressività latente e repressa sta forse a coprire qualcosa di ancora più profondo che non osiamo neppure pronunciare. Penso che, a volte, dico ai miei pazienti che la rabbia spesso copre il dolore e credo che quel buco molto abbia appunto a che vedere col dolore di noi esseri umani messi di fronte alla tragedia ma anche alla grandezza (dipende dalla prospettiva da cui si guarda) della nostra stessa umanità: il vuoto, l’ignoto, quello cioè da cui tutti proveniamo, il “reale”, lo scarto, il non rappresentabile.
Dopo un’ora e mezza di lavoro, quando finisce questa prima sessione mi rendo conto che il primo “round” forse è stato vinto dalle resistenze e molte istanze profonde sono ancora intrappolate. Si chiudono i lavori dunque, all’insegna di una atmosfera di tensione tutto sommato ancora sotterranea. Adesso il programma del Convegno prevede un altro momento interattivo: quello dei Workshop sui quattro temi che la ricerca “Rete e Cultura COIRAG” ha fatto emergere come punti nodali che Coirag è invitata ad affrontare agli inizi degli anni 2000. Attendo con una forte curiosità la seconda sessione del large group, voglio proprio vedere cosa altro accadrà visto che l’interruzione mi sembra in questo caso sia stata proprio una sospensione di molteplici discorsi che forse si intersecano alla perfezione tra loro.
Quattro Workshops tematici
Il lavoro del Convegno ora prosegue nei workshop. I quattro workshop tematici, si svolgono in contemporanea e penso che passerò da un gruppo all’altro per cogliere un po’ al volo qualche spunto sui temi attuali della nostra Ricerca.
Workshop A - Elementi qualificanti della professione psicoterapeutica: l’analisi personale. Conduzione A. Simonetto, Recording A. Dallaporta
È questo l’argomento del primo gruppo a cui partecipo fin dall’inizio, ma, brevemente. La domanda di partenza, che secondo me contiene implicitamente la risposta, è : “Serve l’analisi individuale?”. Risposta: sì. Ma quale è il senso? La conduttrice, dopo avere fatto presentare le persone, (si tratta di un gruppo molto eterogeneo), illustra una ricerca secondo la quale molti studenti laureandi in psicologia, pur volendo esercitare la professione psicoterapeutica, non ritengono fondamentale l’analisi personale. Il dato è sconfortante e in questa sede sembrano tutti concordi nel trovare pericoloso, e forse anti-etico, pretendere di fare l’analista di qualcun altro senza avere previamente fatto un’analisi su di sé. Inizia il dibattito, ormai classico, sul problema della coercizione rispetto ad un processo analitico che per sua natura non dovrebbe mai essere imposto. Lascio all’apposito capitolo di questa stessa rivista “Elementi qualificanti della professione psicoterapeutica: l’analisi personale” curato da A. Simonetto e A. Dallaporta lo sviluppo dei contenuti di natura anche etica e mi sposto nel secondo workshop per avere una panoramica, anche se parziale, su tutti e quattro i temi che nella ricerca Coirag sulla Coirag, a parere del CSR, sembravano essere quelli nodali, quelli più carichi di potenziali mal-intendimenti (Ronchi e Simonetto, a cura di, 2000 e Ronchi, a cura di, 2002).
Workshop C - Oltre Babele: Culture antropologiamente diverse e possibilità di comunicazione nella cultura d’oggi. Conduzione V. Druetta, Recording S. Rodighiero
È questo il secondo gruppo che vado a visitare. Passo da un contesto di riunione classica, quella del primo gruppo, in cui persone sedute in circolo si scambiano opinioni, ad una situazione, già iniziata, di grande movimento. Sono tutti in piedi, si muovono, fanno una sorta di riscaldamento, poi il conduttore li fa dividere in gruppi molto piccoli e a diversi segnali i gruppi si uniscono e si ingrandiscono. A quel punto inizia un esercizio di drammatizzazione con utilizzo di una tecnica psicodrammatica. Ci sono continui cambi di ruolo, l’animatore interviene direttamente nel gioco, tocca le persone. Ad un certo punto il clima diventa leggero e divertente. Sono uscita dal primo workshop con parole connesse all’etica della professione e qui sento: “Cosa serve per per fare buone minestrine per bambini?”. Pur conoscendo la ricchezza e varietà del mondo della gruppalità COIRAG e quindi immaginando che i contesti dei quattro gruppi sarebbero stati necessariamente dissimili quanto a tecniche di conduzione, non immaginavo che un reportage, saltando tra ambiti linguistici così totalmente diversi, fosse così disorientante e, però, anche contemporaneamente coinvolgente e divertente.
“Sono arabo, mi sento benissimo con questi bambini anche se girano troppo veloci” è la frase detta da uno dei partecipanti allo psicodramma di ispirazione junghiana e sembra proprio che interpreti proprio quello che io sto pensando, anche se in realtà sono io a girare forse troppo velocemente. E continuo a girare. Mi accorgo che incontrare, convivere e raccontare di un modello fatto di modelli alla fine, anche se con non poca fatica, sembra possibile.
Workshop B - Padri Fondatori e ricambio generazionale nei gruppi istituzionali. Conduzione G. Guerrieri, Recording A. Burlini
Il terzo gruppo in cui entro sta discutendo su I padri fondatori e ricambio generazionale: altro nodo fondamentale di ogni rete istituzionale. Di nuovo mi trovo in una situazione tradizionale di scambi verbali. Qui i discorsi sono intensi, in alcuni momenti profondi ed anche velatamente aggressivi. Lasciare spazio ai figli, bisogni di riconoscimenti mai colmati da parte dei padri, OC che rappresentano le madri all’interno della Coirag: crescita troppo rapida o troppo lenta della Coirag stessa come metafora di ogni istituzione complessa? Sono questi i pensieri che circolano. Ad un certo punto, visto l’accaloramento di alcuni partecipanti, mi chiedo ma di quali padri e di quali figli stanno parlando? È possibile sentirsi appartenenti a Coirag, gruppo di gruppi e insieme sentire di appartenere anche a una consociata, un ben preciso gruppo di specifica ricerca analitica? COIRAG divorerà i figli “consociati”? Alcuni “padri” sembrano preoccupati. Non i giovani. Sono soprattutto gli ex-allievi Coirag che non capiscono questo curioso tipo di preoccupazione. Loro si sono specializzati in psicoterapia all’interno di un modello istituzionale complesso; sentimento COIRAG è per loro quello dell’imprinting. Dove sta il problema che sembra angustiare alcuni di questi padri OC?
Workshop D - Modelli formativi e identità Coirag: differenziazione, integrazione e competenza clinica. Conduzione F. Calcagno (in sostituzione di M. Presutti) Recording R. Peraldo G.
Quando giungo all’ultimo sottogruppo di lavoro il filo del discorso prosegue, idealmente, connesso con gli ultimi discorsi ascoltati. Il senso che assumono le parole è essenzialmente orientato alla ricerca dell’identità della Coirag attraverso un modello che permetta di procedere non solo a livello razionale ma anche emotivo. Qui il sentimento COIRAG è proprio la capacità di valorizzare differenze e specificare ricerca creando integrazione, creando nuova conoscenza culturalmente scientificamente più evoluta e poterla descrivere. In questo workshop su modelli formativi e identità Coirag, integrazione e competenza clinica sono presenti molti padri fondatori e le generazioni più giovani in termini anagrafici e di formazione; anche qui i più accesi e passionali sono i giovani. Fanno riferimento più volte all’esperienza della Scuola COIRAG realizzata a Fiesole, che risulta essere per loro un momento molto significativo per una migliore comprensione dei modelli formativi che fanno l’identità Coirag e paradossalmente sembra proprio che l’identità Coirag sia più facile da trovare e sentire per loro piuttosto che per chi l’ha voluta e ci lavora da una vita. C’è un certo ottimismo tra questi giovani, parlano della Coirag definendo la famiglia gruppale ove abbiamo imparato la clinica, vedendone percorsi e prospettive. Nel gruppo sembra compresente un sentimento di positività rispetto alle difficoltà di far parte di una rete, di condividere una cultura gruppale e simultaneamente elementi di criticità. Tutti sembrano concordare con il fatto che a volte avvertiamo problemi molto grandi anche quando le cose, poi, nella pratica formativa e della ricerca stanno ben funzionando.
Large group: Parte Seconda
La prima giornata non è ancora finita. Dopo un break, i quattro sottogruppi di Workshop si ritrovano ora nuovamente in plenaria in assetto di Large Group. L’idea iniziale in fase di progettazione del Convegno era che, riprendendo questa configurazione gruppale, molti dei materali di discussione tematica avrebbero potuto essere rivisitati e raccolti su uno sfondo istituzione più ampio. Ma per questo risultato occorreva fare i conti con momenti ancora particolarmente difficili.
Quando tra le 18.45 e le 19.45, puntuali, iniziamo di nuovo il large group, alcuni presentano segni di affaticamento per le tante conoscenze ed emozioni che erano circolate nel pomeriggio e il primo pensiero espresso è relativo all’angoscia dello stare insieme. Certo non è semplice trovarsi in una situazione in cui la dimensione collettiva è di così grande peso ed intensità, ma credo che l’angoscia non sia dovuta esclusivamente allo stare insieme, quanto piuttosto al fatto che il lavoro che si sta facendo permette di incontrare aspetti soggettivi più profondi ed inquietanti, soprattutto se i nostri pensieri non vengono assorbiti dalle dimensioni del mondo esterno e possono invece vagare liberi e pericolosi infrangendosi sullo sfondo istituzionale che fa da contenitore a questo evento: l’istituzione COIRAG in assetto di studio e ricerca su se stessa.
Appena iniziata questa seconda sessione di large group, il mio prendere appunti, attività per me necessaria per poter fermare qualcosa in modo minimamente oggettivabile, e quindi poter scrivere questo lavoro, viene notato e interpretato come una resistenza da parte di un conduttore che non avendo forse prestato attenzione alle presentazioni iniziali non era a conoscenza del mio ruolo istituzionale di reporter del convegno. A questo primo attacco realizzato attraverso l’uso di un’interpretazione di tipo valutativo da parte del conduttore nei miei confronti ne seguono altri volti a dimostrare che nel gruppo ci sono resistenze; si vengono a creare a quel punto una serie di risentimenti nei confronti della situazione e dell’atteggiamento dei conduttori; in questa sessione di large group circolano parole di insoddisfazione. L’aggressività è sempre meno filtrata, nonostante ogni tanto qualcuno provi a rimetterla a posto. Non sappiamo più se, in questa situazione, siamo pazienti, analisti, allievi o partecipanti ad un convegno che ha ben precisi obiettivi esplicitati in un depliant d’invito; ci serve qualcosa che venga in aiuto e a toglierci magari da una situazione che si sta facendo difficile e a tratti sgradevole.
Finalmente esce fuori una grossa questione, fino a quel momento molto celata: come ci si sente rispetto alla Coirag, chi fa parte della “categoria” dei padri e chi di quella dei figli? Si potrebbe anche dire: chi può “interpretare” e chi no? Mi sembra comunque che in questa sessione le cose si stiano per un certo aspetto chiarendo e che il senso dell’esperienza che stiamo facendo sia proprio quello di far uscire allo scoperto aspetti inconsci che in genere vengono elusi o repressi perché ritenuti troppo pericolosi ma che fanno da blocco al procedere Istituzionale. Qualcuno, ancora vitale ad un’ora che ormai si è fatta piuttosto tarda, parla metaforicamente di un’eccitazione simile a quella che precede un orgasmo ed il consiglio finale del conduttore e dei membri della ricerca “Sogno e Istituzione” è quello di sognare, per la terza e ultima unità di large group, quella dell’indomani mattina dopo che i recorders dei Workshop avranno riferito in plenaria ciò che di significativo è emerso dal lavoro dei quattro workshop tematici.
La seconda sessione in plenaria: il momento della restituzione dei recorders
Ci sono ormai tante idee “aggrovigliate” nella mia mente e spero che le relazioni dei recorders dei quattro workshop mi aiutino a fare un po’ di ordine rispetto a tanti discorsi così importanti. Dal primo intervento di Burlini emerge che l’identità Coirag sta mutando, e neppure troppo lentamente. A che cosa porterà la riforma istituzionale interna? Il problema dell’identità sembra amplificato nei discorsi del workshop B, a tal punto che nasce anche uno “scontro” concettuale. Ma si può pensare al raggiungimento di un’identità più complessa che non sia anche sofferto? Si può immaginare un ricambio generazionale che non sia fonte di ansie e dolore, di separazioni e paura del nuovo e diverso? In fondo se non ci fosse un contesto da cui differenziarsi non ci sarebbe neppure la differenziazione. E mi sembra che ci sia un forte parallelismo, come viene sottolineato dal recorder, con il cambiamento sociale strutturale in cui viviamo, a partire dal nucleo di base che è la famiglia. La famiglia è luogo di incontri e scontri: in questo è simile alla Coirag.
Con la seconda relazione la riflessione proposta da Dallaporta si sposta su un piano più strettamente professionale e prende corpo il problema etico della formazione clinica dello psicoterapeuta. Anche in questo caso molti sono gli spunti su cui pensare e soprattutto mi colpisce il paragone con la dialisi come metafora di qualcosa che serve per sbarazzarsi di elementi tossici. La dialisi è uno strumento indispensabile per taluni. E l’analisi personale forse non lo è, per la nostra formazione? Perdita e crescita sono due considerazioni che emergono dal contributo di Rodighiero sul workshop “Oltre Babele…”. La perdita serve per crescere e, se la torre in cui è impossibile comunicare dovesse crollare, non potrebbe diventare un ponte? Il ponte serve per unire due estremità. Un ponte tra le diverse anime della Coirag? Brevi sono le considerazioni proposte da Peraldo sul workshop “Modelli formativi ed identità Coirag …”; due punti in particolare: esiste all’interno di una rete gruppale una sorta di lingua madre che, pur generando sempre nuove lingue, permette comunque la comunicazione rappresentandone l’origine comune? I giovani, che sono rappresentanti delle nuove lingue, devono abbandonare in parte i loro sogni per trovare cittadinanza in una realtà a rete? Come ciò si conuiga con le esigenze di un’organizzazione sempre più complessa e con le istanze istituzionali? È possibile comunque esprimersi e dialogare attraverso atti creativi quando questi sono sostenuti da una seria competenza professionale.
Large Group: Parte Terza
Dopo un breve break per risistemare le sedie e il set, la terza sessione del large group inizia all’insegna di lapsus, atti mancati e disagi vari collegati, all’apparenza, alla chiusura dei lavori della sera precedente. I sogni ci sono, sono vari e sembrano proprio frutto di una prima elaborazione del tema del convegno: c’è una casa ereditata che due fratelli devono dividersi, uno dei due ha una famiglia di tipo patriarcale, l’altro non conta nulla quindi vive in matriarcato. C’è un fiume con tanti affluenti che trasportano prodotti inquinanti che colorano l’acqua; non si tratta però di sostanze pericolose, ma di scarichi di prodotti ancora troppo “grezzi” che basterebbe depurare con più attenzione prima che le diverse “fabbriche” li immettano nel grande fiume, nell’acqua di tutti. Ci sono antichi padri.
Molte altre sono le associazioni, c’è una specie di pacificazione con il large group, espressione implicita dell’assetto istituzionale Coirag dopo la minaccia di irruzione di un’aggressività irreparabile che si sentiva la sera precedente. Anch’io inizio ad essere meno confusa, mi sembra che i discorsi siano, alla fine, evocativi e chiari. Dal lavoro nel suo insieme sembra uscire fuori, anche se con una certa timidezza, un inconscio Coirag, fatto di pericoli, di fatica e di piacere di essere rete, gruppo complesso che costruisce e offre una rete. Una domanda gira tra tutti i presenti: qual è l’eredità che i padri Coirag lasciano ai giovani? In concreto, quali possibilità di esercitare in vario modo la professione di psicoterapeuti, in particolare di psicoterapeuti competenti anche nel lavoro clinico gruppale e istituzionale?
La Plenaria Finale
Nel confronto e dibattito dell’ultima unità di lavoro su “Rete e Cultura Gruppale; il contributo della COIRAG”, le prime generazioni di psicoterapeuti gruppali presenti ricordavano come fosse importante per l’Italia sedimentare nuove conoscenze e sviluppare ricerca analitica sui gruppi. Qualcuno ricordava i grossi mutamenti compiuti dal modello COIRAG: da un’iniziale enfasi su singole leadership e su modelli spesso in conflitto tra di loro allo sviluppo di differenze per rendersi meglio visibili e dicibili, a quella di una comune ricerca analitica con i gruppi di qualunque dimensione e natura, a partire dallo specifico del proprio modello teorico e operativo di riferimento.
Sono partita per Saronno con molte incertezze rispetto all’esperienza che mi aspettava. Torno a casa con un altro tipo di incertezze che, stavolta, non mi fanno sentire a rischio ma comunque mi mettono in gioco nei confronti della mia professione e rilanciano il mio interesse per la ricerca clinica con i gruppi. Esco da questo Convegno stanca ma appagata, un po’ confusa, anche, dai tanti discorsi rimasti aperti e che continueranno a lavorare dentro di me. Sicuramente domani tornerò al mio lavoro clinico, dopo aver soddisfatto un desiderio, con un’esperienza in più da mettere a frutto e tentando di riallacciare insieme la “mia” teoria con le tante altre teorie con cui mi sono confrontata in questi giorni. Mi viene in mente, però, una metafora. In fondo la Coirag è un po’ come la stella polare per gli antichi naviganti: non tutti percorrevano la stessa rotta ma tutti la utilizzavano per orientarsi e raggiungere la loro meta.
Bibliografia
- Bortoloso Cassani M. (a cura) (1993), L'inconscio organizzativo. Analisi del controtransfert istituzionale, Guerini e Associati, Milano.
- Croce E.B. (1990), Il Volo Della Farfalla, Borla , Roma.
- Manfred F.R. Kets De Vries (1999), L’organizzazione irrazionale, trad. italiana, ed. Raffaello Cortina, Milano (2001).
- Koestler A. (1975), L'atto della creazione, Astrolabio, Roma.
- Pais A. (1987), Sottile è il Signore. La scienza e la vita di Albert Einstein, Boringhieri, Torino.
- Ronchi E., Simonetto A. (2000), a cura di, Rete e cultura COIRAG. Valorizzare le differenze creando integrazione. Ricerca autoriflessiva tra le organizzazioni confederate attraverso interviste ai presidenti in carica nel periodo 1998-1999, Centro Studi e Ricerche COIRAG, in: www.coirag.org, convegni e libri on line.
- Ronchi E. (2002), a cura di, Rete e cultura gruppale .Il contributo della COIRAG, Centro Studi e Ricerche COIRAG, in: www.coirag.org, convegni e libri on line.
- Ronchi E., Scategni W. (2002), Note introduttive all’Unità di Social Dreaming, paper per il Convegno “Rete e cultura gruppale di Saronno”, ed. CSR COIRAG.
* Psicologa, psicoterapeuta, membro SIPsA.