Tra i compiti fondamentali di una rivista scientifica ritengo ci sia quello di far circolare le più recenti riflessioni sui temi di suo interesse in almeno due direzioni: quella del confronto e dibattito su modelli di conoscenza formati e consolidati, e quella di documentare e mostrare contenuti e processi nel momento in cui si genera una trasformazione qualitativa di questa stessa conoscenza. Dato che questo secondo aspetto del conoscere convive con contenuti emotivi e cognitivi insaturi, in formazione, non sempre adeguatamente presentabili, in genere si fa fatica a mostrarli perdendo però in questo modo potenzialità e vigore.
La rivista “Gruppi” da sempre è orientata in questa direzione e questo numero monografico sul tema Rete e cultura gruppale. Il contributo della COIRAG, ossia della Confederazione delle Organizzazioni Italiane che si occupano di Ricerca Analitica sui Gruppi, intende proprio presentare contributi ben collaudati e consolidati nel tempo ma anche offrire materiale di riflessione in “stato nascente” col desiderio di allargare il raggio d’azione della ricerca e offrire al contempo sostegno alla ricerca analitica sui gruppi, attualmente in corso.
In questo numero si parlerà frequentemente del Convegno che il Centro Studi e Ricerche (CSR) Coirag ha organizzato a Saronno nell’ottobre 2002; in realtà questo evento costituisce solo l’ultima tappa visibile e pubblica sulla quale convergono cinque anni di specifica ricerca interna alla COIRAG e oltre vent’anni di ricerca delle singole Organizzazioni Confederate (OC) nella Coirag. Il CSR ha inteso offrire questo materiale come sfondo sul quale i singoli partecipanti e le singole OC Coirag e non Coirag potessero “proiettare” ciò che del tema “Rete e cultura gruppale” conoscono e vanno praticando.
Infine questa raccolta di lavori costituisce anche un test che aiuterà il Centro Studi e Ricerche a meglio comprendere ciò che del lavoro di ricerca è di fatto circolato e sta entrando nel metabolismo istituzionale e quanto invece solleva resistenze, punti interrogativi e disagi che obbligano a fare i conti con emozioni istituzionali apparentemente asintomatiche, ma nella mia esperienza, pervasive, vicine al “soma” istituzionale, alla sensibilità gruppale e sociale dei singoli. Questo livello non è facilmente verbalizzabile; si tratta infatti di materiale emotivo e cognitivo che presidia e, a volte, tiene in scacco, le dinamiche profonde che fanno da presupposto alla qualità del sentimento di identità istituzionale, nel nostro caso di identità COIRAG.
Un crocevia di culture ove i gruppi convergono
Per dirla con il titolo del convegno internazionale IAGP di Istanbul 2003, Coirag è, a livello italiano, un crocevia di culture, un luogo di pensiero, ove i gruppi convergono in un’azione di studio, ricerca, confronto e sviluppo teorico e metodologico nonché di applicazione operativa degli esiti di tale confronto nella clinica, nelle istituzioni e nella società.
Che tipo di ricerca è possible sviluppare per accedere all’ascolto del “mondo istituzionale interno”, Crossroads of Culture, di realtà gruppali complesse e consolidatesi nel tempo?
In questo scritto si dirà di come il metodo di ricerca messo in atto dal Centro Studi e Ricerche COIRAG abbia reso possibile l’ascolto “clinico” di un soggetto collettivo complesso a partire dall’ascolto dei “portavoce” delle sue Organizzazioni Confederate, ossia dei soggetti istituzionali che hanno fatto la storia della gruppalità in Italia e ne sviluppano oggi le prospettive. Tale metodo di ascolto ha avuto come sfondo la rete COIRAG, una realtà complessa, esito dell’interazione dinamica di individui, gruppi e istituzioni che hanno in comune lo studio, la ricerca e l’utilizzo di specifici modelli di azione in campo gruppale “psicoanaliticamente orientati”. Si mostrerà come sia stato possibile far emergere informazioni ed emozioni legate alla storia, alle storie, ai punti critici, alle vicinanze, alle irriducibili differenze, alle prospettive e ai conflitti emergenti nell’incontro con altre gruppalità fonte di ricchezza, di disagio e di sempre nuovi apprendimenti.
Differenti livelli di sviluppo di un sistema e capacità di analisi del controtransfert
Un elemento importante che caratterizza qualunque tipo di sistema, (Bateson G., Bateson M. C., 1987) e quindi anche la Coirag, è dato dal differente livello di sviluppo dei suttosistemi che lo compongono: limiti e confini connessi alla parlabilità e comunicabilità di vissuti soprattutto emotivi interfacciano in modi differenti le sue varie parti. Ne consegue che il livello di informazione disponibile a livello locale è diseguale in ogni sua parte e questo, come sappiamo, è un normale “dato di realtà” presente in ogni struttura complessa ed è fonte di disagi e conflitti con i quali occorre fare i conti.
Questo dato ha valenze che riguardano la psicoterapia e in particolare l’analisi gruppale? Ha la psicoterapia ad orientamento psicoanalitico qualcosa da offrire per accostare e trasformare il disagio sempre più presente nelle differenti e complesse soggettualità d’oggi? Certamente sì; disagio e stati di crisi sono spesso l’incipit di ogni relazione analitica sia a livello della “gruppalità interna” di singoli soggetti che di più ampie gruppalità istituzionali e sociali.
Ancor prima che la psicoanalisi iniziasse ad interessarsi ai gruppi, la scoperta del transfert e quella successiva del controtransfert del terapeuta costituirono il contributo basilare che la psicoanalisi del XX sec. offrì non solo alla clinica ma più in generale alla ricerca scietifica. Già nel 1914 Freud, riferendosi a ciò che oggi possiamo chiamare un “soggetto individuale” affermava:
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“Si può dire quindi che la dottrina psicoanalitica è un tentativo di rendere intelligibili due fatti che si sperimentano in modo sorprendente e inatteso quando ci si sforza di ricondurre i sintomi morbosi di un nevrotico alle loro fonti nell’ambito della sua vita passata: l’esperienza della traslazione e quella della resistenza. Ogni orientamento della ricerca che riconosca questi due fatti e li assuma come punto di partenza per il proprio lavoro ha diritto di chiamarsi psicoanalisi, anche se giunge a risultati diversi dai miei” (pag 389-390).
Noi riteniamo che così come uno psicoterapeuta di formazione psicoanalitica deve essere in grado di fare una analisi del proprio controtransfert costituendo al suo interno un vertice di osservazione capace di distinguere, fin dove gli è possibile, quanto le sue emozioni sono indotte dal “paziente” e quanto invece nella relazione risuonano parti sue inelaborate che tendono a “inquinare” la sua capacità analitica, allo stesso modo all’interno di un “soggetto istituzionale” è possibile istituire un vertice di ascolto analitico uno staff in possesso di capacità cliniche - utilizzando i principali strumenti di lavoro che ci vengono dalla psicoanalisi.
In uno tra i tanti ricchi contributi che seguono si può leggere (Calcagno, Peraldo e Fornero): “forse il brusco passaggio da confederazione di associazioni di psicoterapeuti interessati al lavoro con gruppi a Scuola di Psicoterapia, dunque a istituzione, in qualche modo, statalizzata, è parte importante di questa difficoltà a trovare linguaggi comuni tra indirizzi formativi anche molto diversi (gruppoanalisi, psicodramma, psicosocioanalisi); (…) che cosa significa la “lingua madre” in una società multietnica? In una società globalizzantesi occorre ancora una lingua madre?”
Questa domanda è giusto che resti aperta anche in COIRAG (e in ogni istituzione) in modo che possa stimolare comune pensiero e ricerca partendo dal contributo dei linguaggi specialistici, delle “lingue madri” proprie di gruppoanalisi, psicodramma analitico, psicosocioanalisi e di altri contributi di pensiero.
La ricerca della Coirag su Coirag
Nell’ideare, gestire, tessere le fila e portare a compimento le varie fasi della ricerca Coirag sulla Coirag era presente la consapevolezza che il soggetto che stava realizzando questa ricerca non era un soggetto qualsiasi ma un’istituzione di matrice clinica che intende promuovere e sviluppare ricerca analitica con i gruppi. Il problema era quello di poter lavorare anche sulla possibilità, anzi, la necessità etica di tenere conto di questa specificità nella scelta del metodo sotteso a questo tipo di ricerca. Questo passaggio è stato esplicitato e sviluppato in “Dal patrimonio al matrimonio. Nota metodologica” (E. Ronchi, 2000). La questione era ed è: può uno psicoterapeuta essere buon psicoterapeuta se non ha effettuato una analisi personale su di sé e se non ha interiorizzato questa capacità di autoanalisi? Similmente, può una istituzione che si occupa di psicoterapia essere una istituzione adeguata se non ha effettuato un’analisi istituzionale su di sé e se non mantiene presidiata questa sua capacità di autoanalisi?
Non a caso il primo tema per gli workshop del Convegno, scelto tra quelli che dalla ricerca risultavano essere fonte di maggiore dibattito, uno dei nodi si disse - tendenti a produrre criticità e sofferenza non solo in Coirag, riguardava gli “Elementi qualificanti della professione psicoterapeutica: l’analisi personale”. Gli altri erano “Padri fondatori e ricambio generazionale nei gruppi istituzionali”; “Oltre Babele - Culture antropologicamente diverse e possibilità di comunicazione nella cultura d’oggi” e “Modelli formativi e identità (Coirag): differenziazione, integrazione e competenza clinica”.
Il dibattito in COIRAG sta oggi evolvendo su questi temi e parte di questo comune sforzo può essere dedotto dai contributi presentati in questo stesso numero. Questi, da differenti punti di vista mostrano in azione specifiche competenze di OC e di loro significativi esponenti sia per leggere dinamiche istituzionali che per interagire costruttivamente con esse. Si tratta di un lavoro non facile che il CSR sta cercando di favorire garantendo e presidiando nell’istituzione COIRAG uno spazio di pensabilità e di scambio tra sostanziali diversità entro un clima “sufficientemente buono”.
Il CSR come funzione interna alla Coirag, nacque nel 1997 con il nome di Centro Culturale e solo successivamente divenne Centro Studi e Ricerche. A quindici anni dalla sua nascita - la Confederazione Italiana per la Ricerca analitica sui gruppi nasce nel 1982 - la COIRAG sottolineava in modo forte a livello sovraordinato, e non solo al livello delle sue OC, la funzione di “ricerca analitica sui gruppi”.
Nel 1998, al suo primo appuntamento istituzionale, questo nuovo organismo di servizio il CSR - si trovò a lavorare simultaneamente su due fronti: quello esterno della più vasta comunità scientifica per preparare e gestire un Congresso Nazionale non a caso sul tema “Valutare il processo terapeutico e formativo” (Milano, 2000), e su quello interno per promuovere una ricerca volta a sviluppare una reciproca maggiore conoscenza tra le OC, sulle somiglianze e differenze presenti nei loro modelli. È questa specifica ricerca che, poggiando sul metodo che tra poco sinteticamente illustrerò, ha reso possibile la realizzazione del Convegno di Saronno ossia la visualizzazione del confronto in atto nella Coirag e delle dinamiche ad esso sottese attraverso la possibilità di sviluppare ulteriormente la linea culturale e scientifica inaugurata da questa ricerca. Scriveva R. de Polo (2000) inquadrando la fase uno e offrendoci un sorta di check-up dello stato dell’arte in Coirag all’avvio di questa ricerca:
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“Sentivamo l’esigenza di riconoscere le diverse identità associative per individuare con maggiore chiarezza gli interlocutori con i quali stavamo costruendo una realtà istituzionale che si rivelava sempre più coinvolgente ed interessante. Avevamo ormai maturato la convinzione che esistevano differenze e relazioni complesse tra di noi ma sottese da una comune intenzionalità che non era però facile definire. Come riuscire nel compito di portare alla luce il variegato intreccio costituito da modelli scientifici e culturali diversi ma che si rivelavano capaci di armonizzarsi in una unità che riusciva ad esprimere iniziative tanto impegnative come per esempio la Scuola Coirag, il Centro Studi e Ricerche e la Rivista Gruppi?
Alcuni di noi (…) proposero di utilizzare come messaggeri delle realtà culturali presenti nelle diverse Associazioni della Coirag i Presidenti delle Associazioni stesse. Volevano ottenere, attraverso le loro voci, il quadro composito della istituzione Coirag, attraverso le interviste che compaiono in questo fascicolo. Ci proponevamo inoltre di utilizzare le risposte all’intervista come un’apertura ed un avvio ad una ricerca più ampia sulle diverse realtà associative.”
Ricerca e autoreferenzialità
Proposi di dare il via al lavoro di ricerca partendo dai leader formali ossia da “portavoce” (Pichon Riviere, 1985) dei loro rispettivi gruppi non solo perché, come ricorda Bion (1971), il leader è comunque espressione del suo gruppo, ma anche perché io stesso non potevo che dare il mio contributo partendo dalla mia esperienza ossia dall’interno della competenza psicosocioanalitica (Galimberti U., 1992) che già aveva ideato e testato tecniche e metodi per aiutare gruppalità istituzionali a conoscersi meglio gestendo gli aspetti emotivi e potenzialmente conflittuali che l’emergere di differenze produce.
Mentre, in gruppo, cercavamo di capire come meglio impostare e supportare anche sul piano metodologico questa ricerca, non poteva essere ignorata l’esperienza che l’OC ARIELE aveva realizzato come lavoro autoriflessivo, dieci anni prima, proprio su un tema analogo: far emergere differenze ma anche potenzialità e disagi in modo che l’istituzione nel suo insieme potesse sviluppare un sentimento di identità più adeguato al perseguimento del suo compito primario, cioè più in grado di individuare l’ostacolo epistemologico[1] che si frapponeva ad esso. Sugli esiti di quella ricerca si è svolto a Belgirate un convegno nazionale Coirag (1991) i cui atti sono pubblicati in un libro dal titolo “L’inconscio organizzativo. Analisi del controtransfert istituzionale” (1993).
La scommessa sottesa alla possibilità di attivare una ricerca dichiaratamente autoreferenziale implicava la risposta a un problema di ordine metodologico: è possibile realizzare una ricerca autoriflessiva di livello istituzionale? Ha valore scientifico oppure per essere tale ha bisogno di un osservatore esterno al sistema osservato?
È qui che il già citato contributo di Freud, ripreso e sviluppato da Bion e da altri (Langlands S., 2003), ha inaugurato un nuovo modo di fare scienza. Introducendo il concetto di traslazione-controtraslazione e di possibilità di ascolto di processi di auto-conoscenza Freud di fatto stava innovando radicalmente la clinica anticipando il successivo avvento del paradigma per cui, in quanto parte di un sistema vivente, l’osservatore non è mai neutrale ma modifica se stesso co-generando il sistema osservato. Freud non usa questo tipo di linguaggio, più vicino a quello della seconda cibernetica (Von Foerster H., 1987, Goudsmit A., 1995, Oliverio, 1999, Esposito, 2002) che a quello della clinica tradizionalmente intesa, ma, pur concentrando le sue riflessioni nel campo della ricerca a due, della relazione medico paziente, invita a sviluppare ricerca “ad orientamento psicoanalitico”, come premessa per poter meglio accedere ad un incontro qualitativo con soggetti altri, ponendo solide basi per poter andare oltre la trappola dell’autoreferenzialità difensiva.
Altri ricercatori investirono nello sviluppo del metodo psicoanalitico portando il contributo di Freud “oltre il divano”. Provarono a lavorare non solo con i gruppi ma con diverse soggettualità plurali e con le istituzioni studiando e sperimentando metodologie adeguate che facessero uso della competenza analitica: dai pionieri della prima “socioanalisi” come Jaques, la Menzies, agli autori argentini Pichon Riviere e Bleger fino a Fornari e a Pagliarani il quale, volendo sottolineare meglio l’origine psicoanalitica e la specificità italiana di questo tipo di ricerca, coniò il termine “Psicosocioanalisi” (Burlini A., Galletti A, 2000). Diceva Pagliarani: “Il gruppo è autorizzato a riflettere su se stesso, e anzi, se non lo fa, impazzisce”. Sappiamo che quando i gruppi istituzionali perdono questa capacità, alzano a tal punto le difese che dovrebbero proteggerli dall’angoscia che perdono di vista il compito primario. Lo si nota in particolare quando tendono a proiettare i loro conflitti “interni” su presunti nemici “esterni”; o anche quando temono la “valutazione” vivendola come azione superegoica o sadica e non come possibilità di apprendimento, o quando fanno un uso massiccio di meccanismi di difesa di natura psicotica come la negazione delle differenze o il mancato riconoscimento delle stesse, oltre l’invidia, in chiave positiva.
Chiarito che l’analisi del controtransfert come processo interno al terapeuta è operazione autoreferenziale di alto valore clinico, il problema che metologicamente si poneva e si pone è come utilizzare questa competenza in situazione gruppale-istituzionale.
Sono stati utilizzati termini come transfert per indicare uno specifico analitico della relazione a due o di matrice, espressione gruppoanalitica per indicare il contesto di piccolo gruppo o di flusso, come precisa L. Ancona, se il contesto è di grande gruppo analitico o di emozione istituzionale, espressione psicosocioanalitica se il contesto è una istituzione. Tutte queste terminologie cercano di sintetizzare fenomeni psichici “oggettivandoli” in una relazione in cui lo scontato è che il terapeuta/terapeuti/conduttori siano esterni al sistema osservato. Il problema di metodo diventa allora, a mio parere, quello di definire, per ciascuna di queste situazioni, il vertice da cui interviene il terapeuta/conduttore/ricercatore che fonda il suo operare su un approccio psicoanaliticamente orientato.
Se infatti si affermasse che lo strumento noto come “analisi del controtransfert”, o controtraslazione o dislocazione o come ciascuno meglio preferisce chiamarlo, non è utilizzabile in situazione istituzionale si uscirebbe automaticamente da un campo di lavoro clinico “psicoanaliticamente orientato” e bisognerebbe precisare allora quale è il nuovo strumento clinico di base che sostituisce l’originario strumento di lavoro proposto da Freud e dai suoi più originali allievi.
Una buona teoria è sempre pratica
Il problema è, come si vede, quello della messa a punto, attraverso l’esperienza, di strumenti di ricerca dai quali poter far emergere una struttura interpretativa capace di fornire senso. E in situazione gruppale deve trattarsi di un senso condivisibile e ridistribuibile, un tipo di “sentire” in grado di rilanciare e aprire nuovi spazi di pensiero all’interno di un cammino intrapreso con altre gruppalità istituzionali. Nel nostro specifico caso all’interno di un percorso scientifico e culturale che un’organizzazione complessa come la Coirag sta intraprendendo in Italia, se i risultati di questa ricerca saranno confermati nel tempo, questo metodo di lavoro potrebbe essere estensibile anche ad altre realtà “Crossroads of culture” che hanno bisogno di trovare senso a ciò che sta loro accadendo e un metodo utile per poterlo perseguire.
E. Morin (2001) partendo da differenti presupposti auspica che chi intende oggi proporre formazione debba farlo contribuendo allo sviluppo di quella che lui chiama “identità terrestre”; la Comunità Europea dal canto suo sta investendo in ricerca con focus su “Citizen and governance in a knowledge based society”; sembrano i nostri temi “emotivamente” declinati a partire da modelli più cognitivi ma complementari alle nostre prospettive. L’anello debole di queste letture ad ampio raggio, lo “scontato” che si fatica a far emergere, sembra proprio essere una competenza gruppale e istituzionale approcciabile con una sensibilità capace di coniugare la clinica con la polis (Ronchi, 2003).
Nella mia esperienza e in quella di altri colleghi Coirag si constata come siano queste le competenze che le istituzioni pubbliche e private chiedono oggi per sostenere programmi in grado di affrontare il disagio del cambiamento e per perseguire obiettivi che inducono una sofferenza non più solo affrontabile individualmente ma che occorre saper gestire con strumenti che abbiano senso e valore anche a livello istituzionale e sociale (a cura di Ronchi E., Ghilardi A., 2003).
Foto di gruppo con autoscatti
Dopo la fase propedeutica di concepimento e condivisione gruppale dell’idea di ricerca Coirag sulla Coirag accennerò ora brevemente alle premesse metodologiche del Convegno di Saronno.
Dal momento che in Coirag sono presenti e vitali diversi modelli di lavoro gruppale clinico il primo passo è stato quello di creare un particolare momento di ascolto e di confronto attraverso l’uso di una intervista derivata dall’intervista psicosocioanalitica (a cura di Ronchi e Simonetto cit., pag. 10-12 e a cura di Bortoloso, pag. 26-42). In sintesi questo tipo di intervista lavora oltre che sulla raccolta di dati anche sulla relazione tra intervistatore e intervistato e sugli aspetti controtransferali che attengono a questa relazione con l’obiettivo e con il compito istituzionale sotteso all’intervista stessa. L’intervista psicosocioanalitica è, fin dalla sua fase di analisi della domanda, una “azione” che, se ben condotta, attiva qualità entro le emozioni ricorsive periferia-centro e motiva gli intervistati a volerne seguire gli esiti porgendo attenzione non solo al proprio sottosistema organizzativo ed emotivo ma anche all’accesso ad una visione d’insieme che gli intervistati stessi concorrono a rendere possibile.
In questo particolare tipo di intervista un’area da esplorare era quella relativa all’asse diacronico dell’OC (la storia, l’albero genealogico, i sentimenti dei fondatori nel momento in cui hanno fatto la scelta di costituire quel gruppo) e un’altra era relativa all’asse sincronico (gli organigrammi, le attività, e le emozioni che animano e danno senso al tessuto emotivo dell’istituzione attuale).
Far circolare reciproca conoscenza condivisa: cinque referi di ogni OC leggono e commentano l’insieme del materiale prodotto nella fase uno.
Sorvolo per ragioni di brevità sulla grande mole di lavoro sviluppatosi sia per realizzare e raccogliere le interviste[2], che per assemblarle in un piccolo volume che trasformasse in storia e narrazione i contenuti delle interviste ai presidenti, con l’aggiunta, per ogni OC, di una bibliografia specifica di loro scelta per una migliore comprensione del loro modello e una scheda tecnica (Ronchi e Simonetto cit.).
In tutte le fasi i colleghi ricercatori hanno svolto un egregio lavoro. Il fatto solo che si trattasse di lavoro assolutamente volontario dice molto del sentimento di disponibilità e di interesse venutosi a creare a sostegno di questa ricerca.
Il frutto di questo lavoro venne poi fatto circolare attraverso i Presidenti OC a cinque referi da questi scelti con l’invito a leggere gli esiti delle interviste ai presidenti raccolte nel testo “Rete e cultura Coirag: valorizzare le differenze creando integrazione” e a rispondere a un questionario anonimo da rispedire al CSR.
Come con i giovani quando si riesce ad accedere a quella dimensione “magica” in cui si possono raccontare, senza censure, le storie dei padri e degli antenati così è apparso ai ricercatori l’esito dei feed-back pervenuti entro il termine stabilito (52,7%). Tra i tanti e ricchi temi emersi segnalo:
- lo stupore per “le storie degli altri” e il desiderio di una conoscenza ulteriore;
- l’importanza delle figure dei “padri fondatori” e la necessità di “uscire dal mito” per “entrare nella storia” passando da una leadership carismatica a una leadership “più laica”, di servizio;
- la necessità di fondare un “territorio integrante” e di “evolvere per non morire”;
- la necessità di far parte di una rete più ampia valorizzando le differenze;
- l’importanza del momento della costituzione della Scuola Coirag di specializzazione in psicoterapia come confronto sul fare;
- la difficoltà di stare dentro la Coirag in quanto “realtà di difficile di-gestione” e desiderio di essere più “dentro”: “la Coirag dovrebbe entrare più in contatto con i soci delle OC”;
- l’esigenza di dedicare un convegno e un numero della rivista ai temi sopracitati, il che è avvenuto con il convegno di Saronno cui è dedicato questo numero della rivista.
Dopo questa fase la ricerca entrava nella fase tre, quella che spostava il lavoro sull’obiettivo della ricerca dal piano del CSR a quello delle OC per poi riprendere il tutto nel Convegno Nazionale di Saronno.
Il convegno: prova d’orchestra
Il Convegno di Saronno costituisce uno dei momenti della ricerca il cui obiettivo, auspicato da più parti, è stato quello di creare uno spazio-tempo per l’incontro di differenze nel tentativo di trovare:
- una “lingua madre”?
- un nuovo “linguaggio dei segni”?
- un ascolto “dal vivo” di suoni prodotti da singoli modelli OC alla ricerca di nuova “musica”, in concerto, su cui e con cui continuare un dialogo da tempo intrapreso?
La sensazione di poter disporre di un luogo ove fosse possibile fare prove d’orchestra in modo che potessero emergere aspetti di somiglianza e di dissonanza rendendo possibile la realizzazione di un comune concerto, risultò cosa non solo gradita ma da più parti desiderata. Certamente questo è un risultato che non si ottiene casualmente ma è il frutto di una azione di accudimento e contenimento di livelli di emotività istituzionale che richiedono competenze e metodo per poter essere adeguatamente com-prese e sviluppate. L. Chiozza parla di s-concerto affettivo come origine di quella particolare sofferenza che si nasconde nel corpo e che, se mal-trattata si cronicizza producendo somatizzazioni. A livello del corpo istituzionale ritengo accada qualcosa di simile.
Grazie a un lavoro non episodico di ascolto, di ricerca e sviluppo della propria identità istituzionale questo pericolo può essere scongiurato. Un refere della ricerca commentava: “c’è innovazione ogniqualvolta ci si fa carico di un progetto condiviso con altri”; un altro si chiedeva “come valorizzare i patrimoni nascosti ed ora reciprocamente più visibili e apprezzabili?” e un altro ancora osservava come fosse in corso “Una marcia con una meta comune, ma che viene raggiunta con percorsi differenti e più o meno paralleli; ma i partecipanti ancora non lo sanno”.
Come abbiamo visto e come emergerà dalle relazioni dei lavori del convegno e dagli articoli di questo numero della rivista, la fatica del lavoro ha fatto i conti con la numerosità del gruppo (130 partecipanti), con rapidi cambi di ritmo e con la complessità dei rapporti istituzionali interni alle persone e ai loro diversi gruppi di appartenenza.
Relazioni introduttive sulle numerose ricerche Coirag già realizzate e in corso; tre unità di large group condotto con approccio gruppoanalitico da una OC, (Il Cerchio) che, su sua richiesta, si è resa disponibile a mostrare in azione il suo modello e che in questo numero con l’articolo di L. Ancona e M. Deriu e i commenti di F. Calcagno e N. Livelli ci dà la possibilità di approfondire; i quattro workshop già citati e rivisitati nelle loro questioni di fondo con altrettanti articoli qui pubblicati; plenarie di raccordo e relazioni conclusive; il tutto preceduto da una “Coirag dreaming matrix” e accompagnato da una “Coirag dreaming box” a disposizione per tutto il convegno che ha raccolto complessivamente 41 sogni sul tema di ricerca “Sogno e istituzione”: tutto questo ed altro è narrato nell’articolo di Fabiola Fortuna che chiude questo numero monografico della rivista.
Non c’è dubbio che si è trattato di un lavoro complesso che peraltro solo parzialmente rispecchia le poliedriche competenze presenti in Coirag. Così come nel corso della ricerca anche nel corso di questo evento qua e là si potevano cogliere oscillazioni tra le angosce di confusione e perdita della propria identità (il “troppo pieno”, “mancanza di uno spazio di decantazione”, difficoltà a tenere il ritmo) da una parte e quelle di non essere sufficientemente inseriti e risultare emarginati nel grande gruppo (paura della valutazione, bisogno di riconoscimento da parte dell’altro). Ma ciò che è prevalsa in questo evento di sintesi è stata la soddisfazione[3] per un’impressione diffusa per avere partecipato ad una coraggiosa e necessaria “prova d’orchestra”. C’è stata qualche “stonatura” ma anche molti “buoni accordi”.
Chi ha fatto esperienza di preparazione di concerti sa bene che la stonatura non accade quando ad un comparto ne subentra un altro o quando in una esecuzione corale intervengono con decisione i bassi o i tenori, magari variando il ritmo; anzi queste diversità danno forza e bellezza ad una esecuzione. La stonatura si nota quando ognuno va per la sua strada, incapace di sintonizzare con altri all’interno di una sensibilità musicale frutto di un ascolto al plurale.
Non siano allora vissute come stonature gli auspicabili e sempre maggiori riferimenti a questo o a quel comparto del concerto COIRAG noti con il nome di gruppoanalisi, psicodramma analitico, e psicosocioanalisi. Se infatti il “valorizzare le differenze creando integrazione” non è un puro slogan questo dovrebbe diventare uno stile di lavoro sulla base del quale tutti in Coirag dovrebbero poter sostenere ciò che vanno affermando connettendolo sia alle basi teoriche del loro modello di riferimento che al modello di rete Coirag inteso come modello di modelli gruppali capaci all’occorrenza di esprimersi in assolo e anche in concerto.
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- Ronchi E. (2002), a cura di, Rete e cultura gruppale. Il contributo della COIRAG, Centro Studi e Ricerche COIRAG, in: www.coirag.org, convegni e libri on line.
- Ronchi E., Ghilardi A. (2003), a cura di, “Professione psicoterapeuta. Il lavoro di gruppo nelle istituzioni”, F. Angeli, Milano.
- Ronchi E. (2003), “Cambia la cultura, cambiano i pazienti, cambia la patologia: cambia la psicoterapia?”, Psichiatria Generale e dell'Età Evolutiva, Vol. 40, fasc. 2, pag. 212-220, La Garangola, Padova.
- Von Foerster H. (1987), Sistemi che osservano, a cura di M. Ceruti e U. Telfner, Astrolabio, Roma.
* Psicoterapeuta, analista di gruppo, psicosocioanalista, Direttore del Centro Studi e Ricerche COIRAG
[1] Nel linguaggio della psicoanalisi argentina di E. Pichon Riviere (cit.) l’ostacolo epistemologico è quell’insieme di ansie e difese la cui configurazione è strettamente attinente all’obiettivo di lavoro e risuona su di esso impedendo al gruppo di passare dal “pre-compito” al “compito” e quindi al “progetto” ossia impedendo al gruppo di poter essere “gruppo operativo”.
[2] Si tratta del lavoro di un ampio gruppo di ricerca costituito da intervistatori del CSR, da Presidenti, coordinato dall’allora responsabile R. de Polo e così articolato: Sandra Manzoni intervista Corrado Pontalti - Presidente COIRAG; Claudio Merlo intervista Nadia Benedetto Presidente APRAGI; Fiora Pezzoli intervista Marco Zanasi Presidente CIGA; Ermete Ronchi intervista Claudio Merlo Presidente SIPsA; Giovanna Cantarella intervista Sergio Fava Presidente ASVEGRA; Donata Miglietta intervista Giuseppe Ruvolo Presidente Laboratorio di Gruppoanalisi; Ugo Corino intervista Renato de Polo Presidente APG; Alessandra Simonetto intervista Annamaria Burlini Presidente ARIELE; Renato de Polo intervista Jaime Ondarza Linares Presidente CATG. Questo dispositivo fotografa la situazione delle otto OC che costituivano la Coirag nell’anno 1998. Attualmente le OC, membri ordinari COIRAG, sono undici: ACANTO, AION, APG, APRAGI, APRAGIP, ARIELE PSICOTERAPIA, AS.VE.GRA, CATG. IL CERCHIO. LABORATORIO DI GRUPPOANALISI, SIPsA.
[3] L’evento Coirag di Saronno è stato accreditato con 8 crediti formativi ECM. La valutazione scritta effettuata a fine convegno da 112 medici e psicologi psicoterapeuti interessati al programma ECM ha dato i seguenti esiti:
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Rilevanza
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Non Rilevante
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Poco rilevante
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Abbastanza rilevante
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Rilevante
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Molto rilevante
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Qualità
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Scarsa
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Mediocre
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Soddisfacente
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Buona
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Eccellente
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Efficacia
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Inefficace
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Parzialmen-te efficace
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Abbastanza efficace
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Efficace
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Molto Efficace
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