Gruppi e Transculturale

Gruppi e Transculturale
A cura di Maria Grazia Sireci

Prima di inoltrarci in questo percorso bibliografico si vuole sottolineare come allo stato attuale, all’interno della nostra rivista “Gruppi”, sull’argomento “Gruppi e adolescenti”, siano stati pubblicati dal 1999 ad oggi 13 lavori e nello specifico, per ogni ambito, questi sono i numeri:
8 nell’ambito della CLINICA;
3 nell’ambito della TEORIA;
2 nell’ambito della RICERCA EMPIRICA.

INTRODUZIONE
Nella tradizione orale persiana un mistico sufi racconta che un elefante giunse in un paese dove nessuno aveva mai visto un simile animale, ed al buio venne chiuso in una stalla. Di notte alcuni curiosi entrarono furtivamente e, poiché non c’era luce, si misero a toccare l’animale. Uno di essi Toccò la proboscide e disse: “L’elefante assomiglia ad un enorme tubo”. Un altro arrivò alle orecchie dell’animale ed esclamò: “Si direbbe piuttosto un grande ventaglio”. Il terzo, sbattendo contro una zampa, affermò con convinzione: : “Vi sbagliate, ciò che si chiama elefante è senza dubbio una specie di colonna ”. Ciascuno era convinto di essere nel giusto, ciascuno non si poneva più domande perché credeva di possedere già la risposta. Nell’attuale società occidentale, misterioso elefante è divenuto un fenomeno geopolitico complesso: l’immigrazione. La provenienza alloctona, infatti, reca con sé tradizioni, valori, lingue, convinzioni religiose spesso distanti da quelle delle popolazione autoctona, che determinano bisogni psicologici specifici (La conoscenza magica, G.Profita e G.Sprini, 1990, ed. Franco Angeli). La modalità transculturale è «un atteggiamento mentale nuovo che offre la possibilità di superare la posizione culturocentrica secondo la quale ogni società pensa di essere centrale rispetto “ai resto” con cui viene in contatto». Bisogna costruire dei ponti di passaggio verso una mente multiculturale, che è la nostra, capace di porsi “al plurale”.

VOL. III N.2 2001
IN INTRODUZIONE
Franco Di Maria e Ugo Corino affermano che nelle società transculturali, lo spazio mentale condiviso è spazio ambientale in cui bisogna poter accettare la diversità e la stranierità: l’estraneo e lo strano che è in noi. Quello che si prospetta in questo tipo di società è un lavoro etnopsicoterapeutico come rinarrazione e ri-cucitura di una trama spezzata e dispersa nell’esperienza migratoria.
1. Dall’interculturale al transculturale di Jean Claude Rouchy.
Gran parte dei meccanismi e dei processi che reggono i rapporti tra le persone e i gruppi di culture differenti sono specificamente gruppali, dunque il dispositivo dell’analisi di gruppo è il più adatto a farli emergere e a trattarli. Condurre una ricerca transculturale in una prospettiva clinica non può farsi se non in modo etnocentrico.
2. Dallo stereotipo culturale al transfert-controtransfert nella relazione psicoterapeutica transculturale di Luc Michel.
Partendo dall’idea che in tutte le relazioni psicoterapeutiche d’ispirazione psicoanalitica dietro vi sia la coppia transfert-controtransfert, si afferma che dietro questa relazione interindividuale si configuri una relazione intergruppale tra i gruppi di appartenenza di cui fanno parte sia il paziente sia lo psicoterapeuta; questa relazione si potrebbe definirla “metatransfert culturale” e in una psicoterapia tra persone appartenenti alla stessa cultura, rimane sullo sfondo; diversamente in una relazione interculturale può occupare la scena. Si può manifestare ad esempio sotto forma di acting, che minaccia la relazione psicoterapeutica stessa e solo un lavoro in gruppo può affrontarla. Per questo le esperienze personali in gruppi interculturali sono utili per la formazione dello psicoterapeuta che, sempre più spesso, deve affrontare questo tipo di situazioni.
3. Analisi di gruppo sui conflitti detti “interculturali” di Susann Heenen-Wolff e Werner Knauss.
Nell’articolo si cerca di dimostrare l’importanza di un approccio psicoanalitico nel lavoro svolto con partecipanti ad un gruppo che hanno origini nazionali e culturali diverse, mettendo anche in evidenza i conflitti inconsci specifici.
4. Il metodo “ETNOPSI” del Centre Devereux di Parigi. Tobie Nathan: dal terapeuta che lavora con un gruppo di pazienti al parlamento multietnico di terapeuti di Ugo Corino, Francesca Campostrini, Laura Vasini.
Questo articolo esamina il metodo ed i presupposti teorici che fondano l’approccio “etnopsi”, partendo dal lavoro di un gruppo di confronto con Tobie Nathan e sui presupposti epistemologici che fondano il Centre Devereux: dal costruttivismo alla potenza creatrice delle teorie. Il dispositivo etnopsichiatrico è indagato rispetto ai diversi livelli di articolazione: la prescrizione, il trattamento degli oggetti ed il gruppo multietnico dei terapeuti in azione nella consultazione.
5. Spazi di legame e di transizione: l’esperienza di un gruppo multi e transculturale di donne di Sara Bicce Piciocchi.
La rappresentazione che l’individuo ha di sé è strettamente connessa a quella del gruppo e dei legami in cui è inserito e, in una società in cui i legami sembrano perdere la propria capacità di sostegno e di produrre memorie condivise è evidente, per migranti e non, la difficoltà a compiere nuove affiliazioni e a creare nuove appartenenze. In particolare le donne migranti rivestono il difficile compito di mediare tra gruppi e culture e dunque per loro è forte il bisogno di creare luoghi di scambio e condivisione. L’articolo offre uno spaccato su un’esperienza di gruppo non terapeutico in un contesto associativo multi e transculturale di donne. Tal gruppo ha reso possibile, seppure tutte le difficoltà dovute ai limiti dati dalla pluralità dei codici e dei linguaggi, uno spazio di contenimento e di transizione dando la possibilità di nuovi ancoraggi emotivi e la sperimentazione di un senso di continuità della propria storia e della propria memoria.

VOL. V N.1 2003
6. Setting terapeutici come luoghi di ancoraggio comunitario. Esperienze cliniche con pazienti immigrati di Gabriele Profita, Valentina Lo Mauro.
Gli autori illustrano le linee di ricerca e di intervento per la presa in carico di pazienti immigrati. Mostrano come le variazioni di setting siano legate in questo caso ai modelli culturali dei pazienti e non possano essere considerate acting out. Attraverso la presentazione di una situazione clinica si mette in evidenza come le trasformazioni del setting siano in relazione ad elaborazioni gruppali di lutto e separazioni.

VOL. IX N.3 2007
In tutto il volume si approfondisce l’argomento “ diversità culturali e istituzioni”.
IN SAGGI
7. “Trauma e cultura”. Modelli di lavoro per gruppi transculturali di Jorge Burmeisteir.
La cultura incide sul processo di sviluppo psichico di una persona e gli dà significato; promuove il senso di appartenenza ad un’intera entità sociale e sostiene un insieme di meccanismi di difesa e di capacità di entrare in relazione. La funzione curativa del lavoro di gruppo consiste nell’operare uno “spazio transizionale” capace di accogliere, tollerare, elaborare e restituire.
IN PROSPETTIVE ATTUALI NELL’ANALISI DI GRUPPO
8. Diversità culturali e Istituzioni. Presentazione di Angela Sordano.
La multiculturalità, che oggi caratterizza anche il nostro paese, pone forme di legame sociale basate su simbolici o reali “matrimoni” fuori dalla logica degli antenati e dentro una cornice culturale creata dalla convivenza tra fratelli adottivi. La domanda a cui si è cercato di rispondere in questo numero è: “Come viene risolta la questione dell’identità nella multiculturalità e come uno specialista della mente e dei processi di gruppo può tenere la “giusta distanza” per accompagnare l’incontro con la diversità senza aderire ad un’unica appartenenza?
9. Sulla costruzione di dispositivi clinici transculturali nei servizi pubblici di salute mentale di Giuseppe Cardamone, Michela Da Prato, Sergio Zorzetto.
I servizi pubblici di salute mentale nelle moderne società si sono ritrovati a ricevere quote sempre maggiori di utenti provenienti da mondi altri con registri differenziati di esprimere la sofferenza, la visione della malattia, delle cause e degli esiti desiderati . La questione è stata analizzata sia da un punto di vista socio-culturale (le pressioni poste dalle migrazioni sui sistemi e le logiche di pensiero e sulle pratiche di scambio delle collettività), organizzativo (dei Centri di Salute Mentale e delle Aziende Sanitarie), teorico e metodologico (in relazione alle dimensioni della ricerca e della clinica in questo ambito e al riposizionamento disciplinare necessario).
10. La dimensione etica nel funzionamento del piccolo gruppo interattivo, di Angelo Silvestri, Alessia Lucidi, Marinella A. Lena, Emilia Ferruzza.
La riflessione è fatta su una breve esperienza di gruppo, svoltasi in un Istituto secondario superiore, rivolta ad allievi, per lo più di origine straniera, problematici per il comportamento e il rendimento. Si è osservato e studiato come alcune manifestazioni del funzionamento del “livello etnico” siano in relazione con fenomeni profondamente comunicativi.
11. I processi unificanti di gruppo nell’incontro interfede tra musulmani, cristiani ed ebrei in Israele, di Victor Shebar, Khausaa Diab.
L’articolo analizza i processi di gruppo verificatisi durante un corso di training per facilitatori di un dialogo interfede. L’esperienza ha evidenziato la complessità del dialogo tra tre fedi religiose monoteistiche sullo sfondo del conflitto nazionale in cui cristiani e musulmani, che appartengono all’identità arabo-palestinese, sono in contrasto con l’identità della nazione ebraica.

VOL. XII N.3 2010
IN LAVORI IN CORSO
12. La lunga notte dell’esilio. Gruppi istituzionali e centri per immigrati in Italia di Davide Bruno.
Vengono qui presi in esame le strutture di detenzione per gli immigrati in Italia, con particolare attenzione ai Centri di Permanenza Temporanea e Accoglienza (CPTA), con lo scopo di interrogarsi sulla funzione di questi luoghi nella società. I migranti riportano spesso vissuti traumatici legati alla migrazione che spesso avvierei circostanze drammatiche. Per la presa incarico del paziente migrante si possono utilizzare approcci terapeutici di gruppo.

VOL. XIII N.3 2011
IN LAVORI IN CORSO
13. L’escuelità: presa in carico di gruppo di giovani immigrati al Ser.T., di Simone Spensieri, Claudia Sbarboro.
Si tratta di un’esperienza di presa in carico di gruppo di ragazzi immigrati al Ser.T., di età compresa tra 20 e 35 anni, con problematiche di tossicodipendenza. Attraverso un occhio politicamente attento si cerca di fare un’analisi delle difficoltà psicopatologiche articolandole anche alle dimensioni sociali e politico economiche costruiscono gli spazi esistenziali in cui questi giovani tentano di costruire la propria vita.
Note conclusive
“I vari interventi raccolti in questa bibliografia sono segnali di una strada ancora lunga da compiere, in cui più che costruire ponti si tratterà di attraversare guadi, bagnandosi e sporcandosi nel fango e nella fatica. La Babele che ne deriva, la disomogeneità delle lingue e delle culture, passaggio inevitabile del cambiamento, può diventare una ricchezza se si riesce a trasformare la complessità non in confusione ma in risorsa e quello che si profila è un incontro “trans”culturale in cui qualcosa
di noi andrà inevitabilmnte perduto, qualcosa resterà, qualcosa verrà acquistato, ma il risultato finale sarà comunque diverso dalla semplice somma e sottrazione delle parti.”

Un invito ai lettori
T. Nathan è convinto che i pazienti immigrati siano “sospesi tra due mondi ” e che tale stato di sospensione alimenti molto spesso una condizione di fragilità identitaria, che può sfociare in una vera e propria psicopatologia. La cultura per T.Nathan è una struttura specifica di origine sociale, che contiene e rende possibile il funzionamento dell’apparato psichico (Psicologia della Solidarietà, Di Maria Lo Coco, Franco Angeli). Solitamente all’interno di una famiglia di migranti, il sintomo o il malessere viene sviluppato da chi rimane all’incrocio tra mondi diversi senza avere gli strumenti senza avere gli strumenti per completare quest’opera di passeur, di ponte tra due mondi, tra due culture. Per il migrante che non si trova più inserito nella cornice di elementi protettivi che hanno costituito il suo ambiente e la sua storia fino alla partenza, potrebbe essere terapeutico far parte di un gruppo dove si lavori attraverso l’utilizzo della “Fiaba”, che per antonomasia riproduce le stesse strutture dell’esperienza migratoria (distacco-partenza-arrivo- integrazione-ritorno) (Vite Altrove, Migrazione e disagio psichico, Natale Losi, 2000, ed. Feltrinelli).