G. Di Petta e "La struttura nuda dell'esistenza"

G. Di Petta e "La struttura nuda dell'esistenza"

Riportiamo l’articolo del Prof. Gilberto di Petta “Covid-19 il virus che sospende il mondo”  comparso sul portale POL.IT il 14 marzo. Riportiamo l’articolo nella sua versione integrale ringraziando l’autore e Psychiatry On line Italia:

“Una lunga notte di marzo 2020.  Mentre effettuo il mio turno di guardia in SPDC, è una notte in cui sento freddo, paura, stanchezza, rassegnazione. l’Italia è chiusa. Mi sono dotato fortunosamente di una sola mascherina FFP2. Il personale infermieristico è molto teso per la totale mancanza di dispositivi di protezione individuale adeguati (DPI), e per gli ordini che arrivano a questo, come agli altri avamposti sanitari, contraddittori e spesso inapplicabili, dalle scrivanie calde e blindate da giorni perfino all’accesso degli dipendenti. Il nostro reparto è attivo a pieno regime. Un paziente ricoverato nel pomeriggio, uno dei nostri psicotici nomadi, ha avuto un picco febbrile a 40, ed è stato trasferito in medicina di emergenza. La sua TAC toracica ha mostrato il quadro di una polmonite interstiziale bilaterale. Fatto il tampone. Si rimane in attesa della risposta. Che tarda ad arrivare. Credo che sia la condizione comune, questa, di molti reparti ospedalieri italiani. Noi medici e infermieri stiamo “come d’autunno sugli alberi le foglie”, aspettandoci di essere contagiati da un giorno all’altro, da un nemico invisibile, eppure circolante in mezzo a noi, indovato, subdolamente, dovunque sono gli altri. Ed ogni giorno di vita, per noi, è un giorno in più di vita. Non ci viene concessa quarantena, se non quando diventiamo sintomatici, abbiamo le ferie e gli aggiornamenti bloccati.  Il Pronto Soccorso, di solito affollato di barelle e di operatori affaccendati, è quasi deserto, popolato da operatori che sono ombre imbacuccate di bianco, irriconoscibili a se stessi,  ma noi psichiatri continuiamo ad essere chiamati, e andiamo in trincea a mani nude, perché la gente continua ad impazzire, e i nostri pazienti sembrano non ridurre per nulla il loro afflusso (volontario o coatto), nonostante l’allarme contagio. E se dobbiamo praticare una terapia, o sostenere un colloquio, è pura fantasia mantenere la distanza, perché le fiale non sono anestetici sparati da fucili telescopici, ma prevedono mani, braccia, aliti, urla, divincolamenti, carne che si scontra con la carne, uomo contro uomo.  Se avessimo dei dubbi sul fatto che la psicosi compromette l’esame di realtà, questo test dal vivo, che vede gli psicotici continuare ad afferire, ce li toglie. E’ iniziata anche la requisizione dei posti letto nel mio Ospedale e la riconversione di alcuni reparti specialistici in COVID-19 dedicati, per sostenere il Cotugno che sta annaspando, e stanotte stanno arrivando i primi pazienti, così vicini che pare di sentirne il respiro affannoso. Il Governo, dal canto suo, ha sospeso tutto il sospendibile. Siamo, tutti quanti,  in una condizione pressoché unica nella storia, per lo meno sperimentata da un intero scaglione umano, di “sospensione del mondo”, ovvero, in termini fenomenologici, di “epochè” generalizzata. Neppure la memoria di chi ha vissuto l’ultima Guerra ricorda una “perdita relazionale” e una “perdita di contesto” di queste proporzioni, e una limitazione della libertà di movimento del genere. Il coprifuoco scattava solo in alcuni orari, nei rifugi antiaerei sotterranei si correva insieme, accalcandosi alla rinfusa, c’era chi raccontava storie ai bambini, e chi suonava la fisarmonica. Ci si abbracciava al deflagrare delle bombe. L’aggregazione di gruppo, da che l’uomo è al mondo, è indiscutibilmente il più potente contenitore dell’angoscia. Durante le pestilenze la letteratura (Il “Decamerone” di Boccaccio; “I promessi sposi” di Manzoni, “L’amore ai tempi del colera” di Garcìa Marquèz, “La peste” di Camus, “La maschera della morte rossa” di Edgar Allan Poe) ci narra di gruppi umani transfughi ed esuli verso ipotetiche zone incontaminate, che trascorrevano il tempo tra banchetti e libagioni, quasi in spregio e in sfida alla minaccia della morte incombente, eppure impercettibilmente presente in mezzo al loro, come il peggiore degli incubi. L’attuale sospensione di mondo, indotta dall’emergenza COVID-19, più del clima di guerra, priva l’essere umano di ciò che esso ha di più essenziale: il contatto interumano, poiché, come recitava il mio manuale universitario di malattie infettive (il vecchio Bufano), l’uomo è, per l’uomo, la maggiore fonte di infezione. Ma che cosa significa “epochè”? Il termine epochè deriva dal greco antico, e, precisamente, da due parole che sono epìed echein. Epì significa “sopra” ed echein signifca pendere, dunque sus-pendere in latino, sospendere in italiano. Si tratta, nella situazione che ci è stata imposta, di sospendere tutto l’ovvio e tutto il non strettamente necessario, riducendo la nostra vita umana unicamente a tre declinazioni : 1) la nutrizione; 2) la cura medica; 2) il lavoro (se questo non rientra tra i lavori superflui, cioè ristorazione, vendita di oggetti qualsiasi, bar pasticceria etc). Dunque, un’ epochè piuttosto radicale, che, riducendo la vita umana alla sua essenzialità insopprimibile, ne svela, giocoforza, la nuda struttura. Cosa significa “la nuda struttura” della vita? Qual è la nuda struttura di un’esistenza, la nuda struttura della singola esistenza di ognuno di noi? La parola esistenza, ex-sistentia, per definizione, non è una stasi (sistere), ma un fuori da- (ex) che rimanda anche ad uno stare per-, o ad uno stare in vista di-, o ad uno stare per andare verso, nel senso, però. di un venire fuori da- (ex) che prelude ad un andare verso. Ovvero la struttura della vita, ridotta alla sua essenza, è una struttura correlata al mondo, da cui proviene e verso cui si progetta. Nel senso che la stessa parola esistenza presuppone il mondo, come sua base e come suo sfondo, come sua propria provenienza e come suo proprio progetto. Cosa accade, allora, in questa struttura dell’esistenza, se il mondo ad essa correlato, come mondo-da-dove e come mondo-verso-dove, viene “ridotto” a determinanti o a declinazioni essenziali, che hanno a che fare con la soprav-vivenza, piuttosto che con la realizzata ex-sistentia? Cosa rimane, in definitiva, di un’esistenza privata del mondo e sospesa sul nulla? L’ epochè, poi,  si farebbe  ancora più radicale, qualora noi fossimo tra i contagiati, poiché la sospensione dalle relazioni e dal mondo, in questo caso, diventerebbe totale. Nel caso, poi, diventassimo terminali, ancorchè lucidi, la damnatio mortis maggiore sarebbe quella di lasciare il mondo in solitudine totale, senza neppure uno sguardo o un contatto, poiché non potremmo neppure salutare per l’ultima volta le persone a noi più care, se non nel nostro immaginario. E per loro sarebbe lo stesso. Anche la morte da COVID-19, è una scomparsa senza rito. Una morte clandestina, come è clandestina la vita che ci è rimasta da condurre. Un’altra caratteristica di questa singolare epochè esistenziale e situazionale di massa indotta dall’emergenza COVID-19 è il fatto che essa non è stata volontaria. Nella filosofia fenomenologica e nella fenomenologia clinica, invece, l’epochè, ovvero la sospensione del senso comune con tutti i suoi pregiudizi o, come dice Stanghellini, la messa in evidenza di questi pregiudizi, e con essi la caduta dell’ovvio rappresentano una sorta di passo d’inizio per accostarsi alla visione della nuda struttura del fenomeno. In questo senso l’epochè rappresenta un colpo d’ala, il cosiddetto passo della libertà, come ha scritto la de Monticelli, che, favorendo il distacco dalla terraferma del comune sentire, consente al filosofo o al clinico l’affondo diretto nella struttura intima del fenomeno. Da questo punto di vista l’ epochè si configura come un dispositivo euristico, dunque come un dispositivo, paradossalmente, accrescitivo di conoscenza, al prezzo di un annientamento. Dunque, stranamente, proprio attraverso una privazione, che in realtà funge da sgombramento del campo visivo, si intensifica l’acuità visiva del fenomeno stesso preso in considerazione.  L’epochè non voluta, ma subita, si configura, in ambito clinico, assai diversamente. Nella clinica dei disturbi mentali, infatti, riteniamo che alcuni pazienti affetti da alcune forme psicotiche subiscano, loro magrado un’ epochè, ovvero essi subiscono una tragica sospensione del senso comune e dell’ovvio. In questi casi la condizione che ne segue non è proprio felice. Poichè il paziente psicotico, oggetto della sospensione del mondo, va incontro ad una deriva relazionale ed esistenziale, ed è costretto, in alcuni casi, a produrre un mondo proprio, simile  a quello autistico dei sognatori, dentro il quale ricostruisce, a modo suo, come può, un’altra vita, un altro mondo, in genere allucinatorio-delirante. Certo, un’ epochè imposta dallo Stato per motivi di salute pubblica, in esseri umani non affetti da psicosi, ci mette in una condizione diversa. Da qualche parte la subiamo, questa sospensione del senso comune e dell’ovvio, da qualche parte la condividiamo, la facciamo nostra, anche se con dolore. Dunque, una grande differenza dal malato mentale. La nostra capacità di accordarci con il senso comune, anche se sospeso, di capire le regole del gioco sociale, è intatta, rimane intatta, ma, di fatto, i contenuti del mondo sociale vengono annullati. Le strade, le piazze, le saracinesche chiuse rimandano ad un paesaggio lunare, post atomico, da day after o quegli scenari desolati che credevamo fossero appannaggio solo della pittura metafisica. Ed è, di fatto, questo, un paesaggio di desertificazione psicotica. Potersi prendere un caffè, poter frequentare gruppi di amici, poter dare la mano, poter avvicinarci tra di noi, da cose apparentemente banali, appartenenti all’implicita ed ovvia quotidianità di ognuno, vengono di colpo a mancare, spogliando e potando l’esistenza di ogni orpello, consegnandoci alla paranoia di dover sospettare di ognuno e di ogni dove. Rendendoci, di fatto, tutti paranoici del sospetto e tutti fobici del contagio, ossessionati dalla contaminazione, con l’incentivo dei media ad essere ancora più paranoici e fobici possibile, al punto tale da non poterci toccare neanche noi stessi il volto con le nostre mani. Al punto che la concavità delle nostre mani non sembra più fatta per la convessità del mondo. Proprio come la scena icastica descritta da Callieri dello schizofrenico che si guarda le mani ormai inutili. L’invito alla presa, che la forma degli oggetti ci ostende, le cosiddette affordances, come le maniglie, le bottiglie, i rubinetti diventano potenziali trappole di morte. Che cosa ci accade, allora, di fatto, se veniamo messi, improvvisamente, di fronte, senza volerlo, alla nuda struttura della nostra esistenza? La struttura nuda e invisibile della nostra esistenza è intoccabile: è questa, paradossalmente, cioè il fatto che la struttura nuda della nostra esistenza non è contaminabile, la sua salvezza, per cui nessun editto governativo può sottrarcela. La struttura nuda della nostra esistenza è trascendentale poiché sfugge alla concretezza empirica, e cionondimeno è potenza dinamica, in greco antico dynamis, poiché è capace, innervando l’empirico, di costituire il mondo, connettendo, in ciò che è, ciò che è stato e ciò che sarà. Essa è la condizione di possibilità del mondo. E’ pensabile che in tutti noi o in alcuni di noi, a partire, da questo stato di deprivazione e di riduzione alla struttura nuda dell’esistenza, si sviluppi uno stato di grave angoscia di base, angoscia di perdita e frantumazione, angoscia di liquefazione identitaria? Come reagiamo, ognuno di noi,  al crollo delle nostre sovrastrutture, alla rinuncia al superfluo che è diventato costitutivo della vita di ognuno di noi, all’impossibilità di riunirci anche con i familiari che non siano quelli nucleari? Per quanto può perdurare una condizione del genere senza che si verifichino in noi, nella nuda strutturadella nostra esistenza più o meno drammatici crolli strutturali? E tutto questo, per assurdo, può avere anche, al di là di tutto, paradossalmente, una connotazione positiva, alla stregua di un collaudo di tenuta? Cioè di un gioco tragico ed eroico che mira a vedere cosa veramente di noi sopravvive alla temperatura della distruzione? Qual è, in altri termini, il punto di fusione della struttura nuda di ognuno di noi? L’abolizione del rumore di fondo della nostra vita, del traffico veicolare, delle incessanti e subentranti e-mail, la sospensione di impegni che si accavallano, di occasioni sociali et cetera, quanto può vederci resilienti? Quando, in fondo, e in che occasione, abbiamo già avuto occasione di vedere, o di sentire così vividamente  la struttura nuda della nostra esistenza? Le nostre relazioni essenziali, irrinunciabili, incomprimibili, i progetti essenziali, i ricordi essenziali? Teoricamente ognuno di noi potrebbe, tra poco, non starci più. Ovvero dover dire addio alla propria esistenza e, con essa, alla possibilità del mondo. Se io venissi contagiato, ad esempio, possibilità elevata visto che faccio il medico e continuo più di prima la mia attività lavorativa, non avrei alcuna certezza di sopravvivere. Ciononostante stanotte sono qui. Mi appresto a recarmi nello stesso Pronto Soccorso, dove afferiscono anche i pazienti sospetti o positivi. Ognuno dei pazienti che ricovero, o che visito, potrebbe essere positivo. Questo, dunque, potrebbe essere, e non per assurdo, anche l’ultimo mio scritto su Pol.it. La condizione di struttura nuda dell’esistenza porta, in effetti, con sé questo sentimento di precarietà e il sentimento di ultimità. Ovvero due sentimenti, la consapevolezza della precarietà (io non ho più un radicamento solido in questo momento nel mondo) e la consapevolezza della ultimità (io sto scrivendo al mio PC, e potrei non farlo più), che acuiscono fortemente il senso di autenticità. Autenticità è una parola perduta. Una parola che allude ad una dimensione non computabile, non numerabile, non ordinabile, non algebrizzabile. Una delle tante dimensioni perdute nella galassia globale dell’ipermodernità. L’autenticità è legata proprio alla struttura nuda dell’esistenza. In tedesco la parola autenticità (Eigentlichkeit) significa anche appartenenza, nel senso di proprio (eigen), di appartenente  a me, proprio a me. Ma non sono solo io appartenente proprio a me. Io sono fatto anche di diversi tu, lontani ma vicini. Nell’ultimo gruppo fatto nel carcere femminile di Pozzuoli, sono rimasto sconvolto dal fatto che tutte le signore detenute hanno espresso profonda partecipazione per la condizione di rischio delle persone fuori in questo momento, a loro collegate ma anche no. Esse, le donne abitatrici del tempo sospeso di una prigione isolata dal mondo, hanno avuto lacrime e angoscia per chi, fuori, nel mondo, ha, proprio come loro, di fatto perduto la libertà di movimento. La nuda struttura dell’esistenza implica, ce lo vogliamo o no, porsi la tremenda domanda fondamentale che pervadeva la tesi dello studente goriziano (e suicida) Carlo Michestaedter : “Sei veramente persuaso di quello che fai”?  A questo punto il versante nichilistico della questione (siamo tutti esistenze che hanno perso il mondo, ridotte alla nostra struttura nuda) scavalla nel versante eroico : cosa conta veramente nella mia vita? Qual è il fondamento della mia struttura? Quali sono veramente gli altri incomprimibili in questo momento? Ho amato veramente nella mia vita? Sono stato amato? Chi sono queste persone con cui condivido gli arresti domiciliari? Vado in corsia ogni giorno per lo stipendio, perché faccio un lavoro come un altro, o sento di andarci perché sto operando per tutti, senza sentirmi un eroe, anche se nessun poeta mi canterà. Ho qualcuno che considero, in questo momento, al di la delle convenienze, che sono cadute, veramente amico? Mi riconosco nella visione di questa struttura nuda, la riconosco come struttura appartenente a me che fonda il mio legame con gli altri? La riconosco come mia propria, questa struttura scheletrica della mia esistenza privata del mondo eppure insopprimibilmente costitutiva del mondo? Intanto, mentre scrivo, mi accorgo che si sta facendo l’alba. Il sole torna ad affacciarci sul mare del silenzio, annunciando una primavera precoce. Le gemme degli alberi sono sbocciate stanotte fasciando di bianco le colline. In ospedale sono arrivati scatoloni di mascherine dalla Cina, stampigliate di ideogrammi, che recano una scritta in italiano che è molto poetica : “Siamo onde dello stesso mare, foglie dello stesso albero, fiori dello stesso giardino”. Ripenso alle donne del carcere, è esattamente questo quello che hanno espresso nell’ultimo gruppo. Hanno dipinto un lenzuolo con un arcobaleno e lo hanno sospeso alle sbarre, verso il fuori, come un messaggio diretto al mondo, che elle hanno perduto, ma di cui non hanno perduto la possibilità,  con la scritta : “Andrà tutto bene”. Mi fanno una tenerezza infinita, loro, che vivono senza il mondo, hanno più a cuore di tutti, proprio il mondo, quel mondo che esse hanno perduto sul piano ontico fattuale, ma non sul piano ontologico.  Riusciamo a sentire, anche noi, questo, esattamente questo, una volta che siamo ridotti alla struttura nuda della nostra esistenza? Se riusciamo a sentire questo, allora, forse, non siamo perduti. Abbiamo perso il mondo, ma non le condizioni di possibilità del mondo; abbiamo perso gli altri, il contatto fisico  con loro, ma non la condizione di possibilità di costituirli, di sentirli parte di noi, di sentirci parte di loro. Se non sentiamo questo, allora il rischio del collasso su se stessa della struttura nuda della nostra esistenza è più reale. Ed esso equivale, mutatis mutandis, al collasso respiratorio indotto dalla polmonite da COVID-19. E non c’è, purtroppo, nei confronti del collasso della struttura nuda, respiratore che tenga. Ne usciremo distrutti. Sopravvissuti biologicamente, ma morti umanamente. Se c’è un “vantaggio” che possiamo trarre da questa violenta riduzione di mondo che ci è stata imposta, da questa strana epochè subita, è di sentire che esiste, dentro di noi, insopprimibile, la condizione di possibilitàdell’altro e del mondo, la condizione di possibilità di una rete di relazioni autentiche, nelle quali noi sentiamo di appartenere veramente a qualcuno, al di là del nostro ruolo, al di là del contatto fisico, al di là del nostro lavoro, del nostro habitus, e nelle quali qualcuno appartiene veramente a noi. “Torneranno i prati”, titola il film di Ermanno Olmi (2014), che diffonde in una notte lunghissima, come questa in cui ho scritto, una ballata malinconica nel cuore di tenebra di un guerra assurda, e allora ricominceremo anche noi a vederci, come gli amanti di Garcìa Marquèz, per il tè del pomeriggio; ricominceremo, anche noi, a parlare del passato e del futuro, e ci sentiremo come sul battello fluviale che risale il fiume Magdalena, seguendo itinerari percorsi mille volte, ma che ci sembreranno nuovi, ammirati per la prima volta, perché condivisi con chi amiamo. Vedremo, allora, l’immensa foresta pluviale disboscata, i villaggi sopravvissuti all’infestazione del colera. Saremo liberi di incontrarci, di abbracciarci, o anche di rifugiarci nello splendido isolamento di una suite, faremo finalmente l’amore, tornando umani per il tempo che resta, in quella navigazione fluviale che vorremmo non terminasse mai”.

Tratto dal Blog “Cuore di Tenebra. Viaggio al termine della Psichiatria” di Gilberto Di Petta